Il calo riguardava la pagina 2 e oltre, con blocchi non correlati dalla posizione 9 in giù.
Chi gestisce budget di search conosce questa scena. Il report settimanale mostra le posizioni crollate in una notte su gran parte delle keyword monitorate, e la reazione istintiva arriva subito: spostare budget, riscrivere contenuti, alzare la spesa paid per compensare il traffico organico che si presume perso. Poi qualcuno apre la SERP (la pagina dei risultati del motore di ricerca) che lo strumento ha registrato e trova questo: la query “business bank line of credit” ha restituito, come documenta lo studio di SE Ranking sui risultati non correlati, risultati sulla sola parola “line”. C’erano l’app di messaggistica Line, The Line Hotel e il duo country Florida Georgia Line, ma nessun risultato sui finanziamenti alle imprese. Il calo non stava nel mercato. Stava nel termometro. Il fenomeno è esploso a metà settembre e oggi, a inizio novembre, la sua portata è ormai documentata da più fonti del settore. Non è una notizia dell’ultima ora. È un problema che potrebbe aver già condizionato settimane di decisioni di spesa.
Il crollo che non era un crollo
I numeri spiegano perché il segnale sembrava così credibile. Secondo SE Ranking, i risultati Google non correlati alla query hanno colpito il 57,3% delle keyword da un giorno all’altro, mentre il giorno prima la quota era dello 0,09%. Il salto non si è riassorbito. Entro il 24 settembre la percentuale di keyword interessate è arrivata al 67,2%, il valore più alto osservato durante lo studio.
Qualche giorno prima era già comparso un segnale d’allarme. Secondo l’analisi di Nozzle sulle SERP “avvelenate”, dal 13 settembre le richieste a Google hanno iniziato a fallire in grandi numeri. Per chi guardava solo le dashboard, però, il quadro era un altro: posizioni in caduta libera su due terzi del portafoglio keyword, proprio come succede dopo un aggiornamento algoritmico. Nozzle lo dice chiaramente: i team SEO hanno visto i ranking crollare dall’oggi al domani senza poter distinguere il problema da un vero update dell’algoritmo. Resta allora una domanda: se non era un aggiornamento, che cosa stavano misurando gli strumenti?
Anatomia di una SERP truccata
La risposta ha qualcosa di ironico. Gli strumenti continuavano a ricevere pagine, e proprio per questo nessuno si è accorto subito del problema. Come spiega l’approfondimento di BrightLocal sulle contromisure anti-scraping, in alcuni casi Google non blocca la richiesta automatizzata. Restituisce invece una pagina di risultati completa e dall’aspetto quasi normale, in cui però molti risultati sono stati sostituiti con contenuti irrilevanti. Un errore esplicito si vede e si gestisce: lo strumento segnala il fallimento, il dato manca, l’analista lo sa. Una pagina apparentemente valida passa invece tutti i controlli e finisce nel report come se fosse vera.
Anche il tipo di sostituzione rende la contaminazione difficile da riconoscere. Secondo SE Ranking, nell’84% dei casi Google ha restituito risultati legati a una sola parola della query, come nell’esempio di “line”. A un controllo automatico superficiale, quindi, i risultati sembrano pertinenti perché condividono un termine con la ricerca. Solo una persona che li legge capisce che un hotel non ha nulla a che vedere con una linea di credito aziendale.
Il dato più importante per chi alloca budget riguarda però la posizione. Sempre secondo SE Ranking, il 96,5% dei blocchi di risultati non correlati iniziava dalla posizione 9 o più in basso, il 3,5% dalle posizioni 6-8, e nessuno nelle prime cinque. BrightLocal, nelle sue osservazioni, conferma che la sostituzione si concentra sulla pagina 2 e oltre, non sulla pagina 1. In pratica il dato resta affidabile dove la competizione è già decisa e si sporca proprio nella fascia in cui si lavora per crescere: le keyword in pagina 2 che una campagna di contenuti o di link building punta a portare in prima pagina. Un sito in undicesima posizione che “scompare” dalla classifica può non aver perso nulla. È stato solo scalzato, nella copia della SERP scaricata dallo strumento, da risultati che con la query non c’entrano. A questo punto viene da chiedersi se il problema riguardi un singolo tool o l’intera filiera dei dati.
Cambiare termometro non abbassa la febbre
Quando si scopre che i dati sono sporchi, la reazione più naturale è cambiare fornitore. BrightLocal, piattaforma concorrente nel rank tracking locale, avverte che non serve. Il problema riguarda tutto il settore dello scraping delle SERP e del rank tracking: grandi operatori come SEMrush e Ahrefs e anche i fornitori di dati su cui gran parte dell’industria si appoggia dietro le quinte, come DataForSEO e SerpApi. Passare da uno strumento all’altro significa quasi sempre pescare dalla stessa fonte inquinata.
Per chi gestisce campagne la conseguenza è concreta. I dati di ranking organico entrano spesso nelle scelte di allocazione tra canali: se l’organico cala su un cluster di keyword, si aumentano le offerte paid su quelle stesse query per proteggere il volume. Con una contaminazione così concentrata oltre la top 5, quella logica rischia di far spendere soldi per tappare un buco che non esiste, con un costo per acquisizione (CPA) più alto e nessun recupero reale di traffico. Il costo nascosto non sta nello strumento. Sta nelle decisioni prese sulla base dei suoi numeri. Quali scelte di spesa prese da metà settembre poggiano su posizioni oltre la top 5 che potrebbero essere state falsate?
La regola operativa che emerge dai dati è semplice. Prima di spostare budget tra organico e paid sulla base di un calo di ranking, bisogna verificare dove si colloca quel calo. Le prime cinque posizioni, secondo le osservazioni di SE Ranking, non sono state toccate dalla contaminazione e restano un segnale affidabile. Dalla pagina 2 in giù il dato va trattato come sospetto e confrontato con fonti indipendenti dallo scraping, a partire dai dati di traffico e impression del sito. Il rischio più concreto, oggi, non è perdere posizioni. È investire per recuperare posizioni che non si sono mai perse.




