Bitly ha intervistato 1.006 consumatori e 501 tra marketer e creator USA: un sondaggio sui comportamenti dichiarati.

Chi fa marketing sui social si aspetta molto dai propri link. Secondo il Click Expectation Report di Bitly, pubblicato a fine settembre, il 79% dei consumatori ha abbandonato un’azione perché un link social lo aveva portato su una homepage generica invece che sul prodotto che aveva cliccato. Il clic c’è stato, la conversione no. Prima di trarne conclusioni operative va detto che si tratta di un sondaggio: le cifre descrivono comportamenti dichiarati, non osservati in un test.

Il clic arriva, il prodotto no

Il secondo numero rende il primo più pesante. Nello stesso studio, come riporta un’analisi pubblicata da PPC Land, marketer e creator prevedono che i link social generino in media il 39% dei loro ricavi nei prossimi 12 mesi. Da una parte c’è un canale a cui si affida quasi due quinti del fatturato atteso. Dall’altra, quattro consumatori su cinque raccontano di essersi fermati proprio nel passaggio tra il clic e la pagina di destinazione. Chi lavora sull’analisi del funnel conosce bene questo punto: è il salto in cui l’intenzione dell’utente, molto specifica, si scontra con una pagina pensata per tutti.

Il campione è chiaro. Bitly ha intervistato online 1.006 consumatori statunitensi e 501 marketer e creator statunitensi, reclutati tramite un panel di ricerca opt-in. Le risposte sono state raccolte tra il 27 luglio e il 5 agosto 2026. È una base sufficiente per leggere delle tendenze, ma tutta americana e tutta basata sull’autodichiarazione. Se il problema fosse solo la destinazione sbagliata, basterebbe correggere l’URL. Resta però una domanda più scomoda: il clic è ancora una metrica di cui fidarsi?

Il clic che non avviene di proposito

Oltre a chi clicca e poi se ne va, c’è chi non clicca affatto, e lo fa consapevolmente. Il 93% dei consumatori intervistati da Bitly dice di aver evitato di proposito alcuni link per impedire all’algoritmo di proporgli altri contenuti simili. Il 43% afferma di farlo sempre o spesso. È un comportamento che nessuna dashboard registra: il mancato clic non lascia traccia. Eppure, se la percentuale riflette anche solo in parte la realtà, una quota rilevante dell’interesse del pubblico non passa mai dal link. Viene trattenuta per difendere il proprio feed.

Il fenomeno si somma a una tendenza più ampia. Secondo le stime di SparkToro sulle ricerche zero-click, nei primi quattro mesi del 2026 il 68,01% delle ricerche Google negli Stati Uniti si è concluso senza un clic. Social e ricerca sono contesti diversi e i due dati non vanno sommati. Indicano però la stessa direzione: il clic sta diventando un segnale più raro e meno rappresentativo dell’interesse reale. A questo si aggiunge un problema di misurazione. Il 36% degli intervistati indica il tracciamento cross-channel come la principale difficoltà nel misurare il traffico tra post, bio, storie, messaggi diretti e campagne a pagamento. Il clic quindi arriva meno spesso, e quando arriva è difficile capire da dove.

C’è infine la questione della fiducia, che pesa sulla probabilità che un clic avvenga. I consumatori si fidano più dei brand aziendali che dei creator per sei dei sette tipi di link considerati. Il divario massimo riguarda i download di app o software, con l’88% delle preferenze ai brand contro il 12% ai creator. Per chi gestisce campagne con influencer è un’indicazione da prendere sul serio, ma da verificare. Una preferenza dichiarata in astratto non equivale a un tasso di clic misurato su un link reale, in un contesto reale. Se il clic è sempre meno frequente e sempre meno tracciabile, viene da chiedersi cosa si stia davvero ottimizzando quando si ottimizza un link.

Cosa misurare prima di fidarsi

La soluzione suggerita arriva, com’era prevedibile, da chi la vende. Bitly precisa comunque che i link brevi non sostituiscono la struttura degli URL del sito. Servono a distribuire una destinazione pulita, a patto che quella destinazione rispetti già le buone pratiche SEO. Intanto l’azienda guarda oltre i social: secondo un comunicato diffuso dalla società, sta sviluppando integrazioni con Claude, ChatGPT e Copilot per portare le proprie funzioni dentro gli strumenti che i marketer usano ogni giorno.

Nulla di questo rende i dati falsi. Impone però di leggerli per quello che sono: dichiarazioni raccolte da un’azienda che ha interesse a dimostrare che il link è il punto debole del funnel. L’ipotesi da cui partire è semplice e misurabile: un deep link verso la scheda prodotto converte meglio di un link alla homepage? Per verificarla serve un test A/B con traffico suddiviso in modo casuale, una metrica primaria legata alla conversione e non al clic, una dimensione minima dell’effetto definita in anticipo e un campione calcolato di conseguenza. Va misurato anche ciò che succede quando il clic non arriva: impression, salvataggi, ricerche di marca successive.

Resta aperta la domanda più interessante: quanto di quel 79% sopravviverebbe a un test reale sulle proprie pagine? Probabilmente una parte, perché l’attrito tra intenzione e destinazione è un problema noto. Quanta, però, lo può dire solo un esperimento, non un sondaggio.