Le etichette cambiano, ma l’algoritmo con budget limitato si comporta diversamente.
Chi lavora sulle conversioni conosce un paradosso ricorrente: un report che sembra migliorare mentre il business rallenta. Il cambio introdotto da Google Ads negli ultimi mesi rischia di produrne uno nuovo. Come indica la documentazione di supporto di Google Ads, da giugno 2026 la piattaforma ha aggiornato le etichette delle strategie di offerta. “Maximize conversions with a Target CPA” è diventato “Target CPA” e “Maximize conversion value with a Target ROAS” è diventato “Target ROAS”. A prima vista è una questione di nomi. Non lo è del tutto. Il cambio è attivo da circa quattro mesi, quindi non è una novità da monitorare in futuro: è già dentro i dati degli account. E proprio per questo conviene capire che cosa sta misurando chi oggi confronta il periodo prima e dopo giugno.
Quattro anni dopo, il target torna a essere una strategia
Per capire perché la scelta è controintuitiva bisogna tornare al 2022. Tra il 2021 e il 2022 Google ha dismesso in modo attivo le strategie standalone Target CPA e Target ROAS, sostituendole con i bundle “Maximize conversions”. Il passaggio decisivo era stato annunciato sul blog per sviluppatori di Google Ads: a partire da luglio 2022 tutte le campagne Search rimaste con le strategie standard TargetCpa e TargetRoas sarebbero state convertite in MaximizeConversions e MaximizeConversionValue. Da quel momento il target era diventato un’impostazione opzionale dentro una strategia di massimizzazione.
Con l’aggiornamento di giugno 2026 Google percorre la strada inversa, almeno nelle etichette. La domanda che un analista dovrebbe porsi è semplice: se il prodotto torna a chiamarsi come prima, l’algoritmo si comporta anche come prima? La risposta non sta nell’interfaccia, ma nella logica di offerta.
Target contro volume: cosa succede quando il budget non basta
Il punto centrale è spiegato nel post di giugno 2026 sulle strategie di Smart Bidding. Le campagne che ottimizzano per un target si concentreranno sul raggiungimento del target dichiarato. Non cercheranno più di massimizzare il volume abbassando internamente le offerte quando il budget diventa limitato. Nello stesso aggiornamento Google precisa che i concetti standalone TARGET_CPA e TARGET_ROAS hanno la priorità sulle strategie Maximize con target opzionale, nei tipi di campagna in cui si applicano, come le campagne Search.
Mettiamo i due comportamenti uno accanto all’altro, con lo stesso budget insufficiente. Nella logica “Maximize con target”, il sistema poteva abbassare le offerte per far stare più conversioni dentro la spesa disponibile. Il volume veniva protetto, anche a costo di allontanarsi dal target. Nella logica attuale vale il contrario: il riferimento è il CPA o il ROAS dichiarato. Le conseguenze per chi legge i dati sono concrete. Un CPA perfettamente in linea con il target può convivere con un numero di conversioni più basso. Un report che mostra solo il costo per acquisizione, o solo il ROAS, rischia di raccontare un miglioramento quando in realtà la campagna sta semplicemente comprando meno. Per questo un confronto prima/dopo giugno andrebbe sempre letto con il volume assoluto di conversioni accanto all’indicatore di efficienza. Altrimenti si confonde un cambio di comportamento dell’algoritmo con un effetto delle proprie ottimizzazioni.
Il secondo nodo riguarda i dati di cui la strategia ha bisogno. Secondo la documentazione di Google, Target ROAS dovrebbe disporre di almeno 15 conversioni negli ultimi 30 giorni a livello di conversion tracking. Inoltre sono raccomandati ritardi di conversione inferiori a 7 giorni. Per chi fa test questi numeri sono più vincoli che suggerimenti. Un account vicino alla soglia delle 15 conversioni lavora con un campione piccolo, e in quelle condizioni le oscillazioni settimanali del ROAS sono difficili da distinguere dal rumore. Un ciclo di acquisto con ritardi oltre i 7 giorni significa che una parte delle conversioni arriva dopo che l’algoritmo ha già preso decisioni di offerta su dati incompleti. In entrambi i casi conviene essere prudenti nel trarre conclusioni dalle prime settimane di osservazione.
Microsoft va dall’altra parte
Se Google ha scelto la precisione sul target, il resto del mercato non ha fatto lo stesso. Lo scorso marzo, come riportato nel riepilogo delle novità di Microsoft Advertising, la piattaforma ha integrato tCPA e tROAS come impostazioni opzionali dentro Maximize Conversions e Maximize Conversion Value per le campagne di nuova creazione. È proprio la logica che Google sta abbandonando: mentre Google separa Target CPA e Target ROAS in strategie autonome, Microsoft li accorpa nei bundle di massimizzazione.
Per chi gestisce campagne su entrambe le piattaforme il risultato è una divergenza poco visibile. Due strategie con nomi simili e un obiettivo identico possono reagire in modo opposto a un budget limitato. Da un lato si difende il target, dall’altro si conserva un’impostazione in cui il target è un’opzione dentro una strategia di volume. Quale delle due logiche regge meglio un confronto sui dati? Nessuna delle due piattaforme offre una risposta già verificata, e trasferire i benchmark da un ecosistema all’altro senza tenerne conto significa confrontare grandezze diverse.
L’incognita vera, quindi, non è il nome ma cosa misurare. Nelle campagne con budget limitato, il rispetto del target compensa il volume perso? Gli account vicini alla soglia delle 15 conversioni, o con ritardi di conversione oltre i 7 giorni, reggono una strategia autonoma? E lo stesso obiettivo produce risultati diversi su Google e su Microsoft? Una checklist non risolve queste domande. Serve un test costruito con il volume di conversioni accanto al CPA, non nascosto dietro.




