Il flag interno disattivava il pulsante delle fonti nei riassunti AI: il calo di Discover accelera e il contesto pesa
In un normale A/B test la variante prova a migliorare qualcosa: un titolo più chiaro, una call to action più visibile, un passaggio in meno nel checkout. Nell’esperimento emerso in Google Discover la variante faceva l’opposto: toglieva l’uscita. Un flag interno chiamato “disable_aio_sources_button_tap” disattivava il pulsante delle fonti nelle schede di riepilogo generate dall’AI, e il mini-feed con i link degli editori non si apriva più. Oggi, 27 ottobre 2026, Rajan Patel di Google ha chiuso la questione con un breve post pubblicato su X: «this was a bug in a Discover experiment», cioè un bug in un esperimento di Discover, ora disattivato. Per chi lavora sulle conversioni la situazione è familiare: è come scoprire che il bottone “acquista” non rispondeva e che la causa era un errore di configurazione, non una scelta di design.
Il bottone che non portava da nessuna parte
Per capire dove si trovava quel pulsante bisogna ricordare che Google ha iniziato a distribuire riassunti AI in Discover, il feed di notizie principale dell’app di ricerca su iOS e Android. In queste schede il riassunto occupa la superficie, mentre il pulsante delle fonti è il passaggio che porta l’utente verso gli articoli degli editori. Nel funnel che va dal riassunto al click, è il punto di attrito più delicato: se manca, l’utente legge la sintesi e non ha un percorso diretto verso la pagina originale.
A notarlo non è stata Google. Sono stati alcuni ricercatori SEO che hanno individuato l’esperimento e il flag interno che impediva al pulsante di citazione di aprire il mini-feed dei link. La risposta di Patel è arrivata dopo: «We’ve turned off the experiment», ha scritto, aggiungendo che «the experience works as intended again», cioè che l’esperienza funziona di nuovo come previsto. Al momento della rilevazione il post contava 4.003 visualizzazioni, un pubblico piccolo rispetto alla platea di editori che quel pulsante riguarda. La spiegazione è ragionevole e il ripristino è avvenuto. Resta però una domanda che qualsiasi analista si farebbe subito: quanto traffico è mancato mentre il pulsante era spento, e per quanto tempo?
Il calo che non dipende da un bug
A questa domanda non esiste una risposta pubblica. Non conosciamo la durata dell’esperimento, la quota di utenti esposti, né il comportamento del gruppo di controllo. Senza queste informazioni qualsiasi stima dell’impatto sarebbe aneddotica: un editore che ha notato un calo in un certo periodo non può attribuirlo al bug senza sapere se i suoi lettori rientravano nella variante. È il problema tipico di chi osserva un test dall’esterno: si vedono gli effetti aggregati, non la randomizzazione.
Ci sono però dati che descrivono la tendenza di fondo, e vanno letti con la stessa cautela. Secondo Chartbeat, citato da un’analisi di Search Engine Journal sul traffico degli editori, il calo anno su anno di Google Discover è accelerato dal 6,6% nel primo anno al 34,3% nel secondo. È un’accelerazione netta, più che quintuplicata da un periodo all’altro. Va detto chiaramente che questo numero non misura l’effetto del pulsante disattivato: è una tendenza strutturale, con cause più ampie, e usarlo per quantificare il bug sarebbe un errore metodologico.
Quello che il dato mostra è il contesto in cui l’incidente si colloca. Quando un canale perde oltre un terzo del traffico anno su anno, ogni punto di attrito aggiunto tra il riassunto AI e il click pesa di più, perché agisce su un volume già ridotto. In termini di funnel, se il primo passaggio si restringe, anche una piccola perdita nel passaggio successivo diventa difficile da assorbire. E qui la domanda si sposta: se il canale si restringe comunque, ha ancora senso per un editore concentrare gli sforzi di ottimizzazione su Discover?
Diversificare senza un gruppo di controllo
Alcuni editori stanno già rispondendo spostando il rischio altrove. Uno di loro, raccontando a Digiday come gli editori stanno modellando un futuro con molto meno traffico da Google, ha spiegato di aver rinnovato l’attenzione agli accordi di syndication con piattaforme come Apple News, Yahoo e MSN. È una mossa comprensibile, ma è a sua volta una scommessa non misurata: la syndication compensa davvero il traffico perso? Con quale qualità di pubblico e con quali ricavi per visita? E soprattutto, quanti altri esperimenti girano oggi sulle piattaforme da cui dipendiamo senza che nessuno ce lo dica?
Il bug è stato chiuso, ma la parte scomoda resta. Gli editori sono la popolazione di test di esperimenti che non vedono, di cui non conoscono la durata, il campione o i risultati. In questo caso se ne sono accorti dei ricercatori esterni, non i sistemi di monitoraggio delle redazioni. La metrica da aggiungere alle dashboard, da qui in avanti, non è solo quanto traffico arriva da Discover, ma quanto in fretta ci si accorge che un pulsante ha smesso di funzionare.




