L’86% dei nuovi utenti viene classificato come traffico diretto, nascondendo le reali fonti di conversione

I visitatori che atterrano su un sito web partendo da ChatGPT, Perplexity o Google AI Overviews registrano un tasso di conversione 11 volte superiore rispetto al traffico della ricerca organica tradizionale. Il dato, pubblicato ieri dall’analisi firmata Rankability, riapre una ferita che chi fa SEO conosce bene: la quasi totalità di queste conversioni resta invisibile nei report di Google Analytics 4 e delle principali piattaforme di attribuzione. Non è un bug, è un limite strutturale del modo in cui tracciamo il traffico dai large language model.

Il fenomeno ha una portata che pochi addetti ai lavori hanno ancora messo a fuoco. Già a febbraio 2025 Adobe Analytics registrava un aumento del traffico AI generativa del 1.200% verso i siti retail statunitensi in soli otto mesi. Un’onda che nel frattempo ha continuato a gonfiarsi e che oggi rappresenta una quota crescente del traffico inbound per qualsiasi verticale. Il nodo, però, non è la crescita: è l’attribuzione.

Perché GA4 classifica tutto come traffico diretto

La radice del problema sta nei referrer header, o meglio nella loro assenza. Il 70,6% del traffico proveniente da strumenti di intelligenza artificiale generativa arriva senza alcun referrer, il che significa che GA4 — Google Analytics 4, la versione più recente della piattaforma di analytics di Google — lo classifica automaticamente come “Direct”, cioè traffico diretto. Solo il 29,4% di queste visite porta con sé un referrer riconoscibile come proveniente da una fonte AI. Il risultato è un cortocircuito: il canale che converte meglio viene sistematicamente attribuito a un bucket che per definizione non dice nulla sulla reale origine dell’utente.

A rendere ancora più concreto lo scollamento tra realtà e dashboard c’è il caso documentato da Search Engine Journal: su un sito web con strumenti di misurazione avanzati, l’86% dei nuovi utenti degli ultimi 28 giorni veniva classificato come traffico diretto. Un numero che, alla luce dei dati sull’assenza di referrer, smette di essere un’anomalia e diventa la fotografia di un ecosistema di misurazione che non è stato progettato per l’AI generativa. Per chi gestisce budget di content marketing o SEO, l’implicazione è immediata: le conversioni generate dagli articoli che rankano nelle AI Overviews o dalle citazioni del brand su ChatGPT finiscono in un buco nero di attribuzione, rendendo impossibile calcolare il ROI reale di queste attività.

Dalla cecità analitica alla strategia: cosa cambia per chi lavora sul traffico organico

La prima conseguenza pratica tocca i CMO e i responsabili marketing che allocano budget sulla base dei dati di conversione per canale. Se il traffico che converte 11 volte di più della ricerca tradizionale viene spalmato tra “Direct” e altre voci generiche, il rischio è di sottostimare l’impatto della presenza del brand negli ecosistemi AI — e di conseguenza sotto-investire in un canale che sta già cannibalizzando parte della SERP tradizionale. Non è un problema che si risolve con un parametro UTM: i chatbot e gli strumenti di ricerca conversazionale non sempre preservano i parametri di tracciamento inseriti nei link, e quando lo fanno il passaggio attraverso l’interfaccia conversazionale può comunque spezzare la catena di attribuzione.

La seconda conseguenza riguarda l’approccio al monitoraggio. Senza dati di attribuzione affidabili, l’unica strada percorribile è affiancare agli strumenti tradizionali piattaforme capaci di tracciare direttamente le menzioni del brand e dei contenuti all’interno degli output generativi. Tool come Searchable monitora le citazioni su ChatGPT, Claude e Perplexity, Google AI Overviews e Microsoft Copilot, restituendo una mappa della visibilità che prescinde dal click e dal referrer. Non sostituisce GA4 — lo integra, colmando il punto cieco che le dashboard tradizionali non riescono a coprire.