La crescita dei 2,3 MB medi sulle homepage mobili è certificata dal Web Almanac 2025

Guardo la dashboard di Google Search Console e vedo decine di URL in stato “Scansionato ma non indicizzato”. Il cliente chiede perché il traffico organico non decolla. Io intanto, sul lato paid, vedo il costo per clic salire perché la copertura organica latita e bisogna spingere con gli annunci. Il collegamento tra questi due mondi — SEO e paid search — non è mai stato così diretto come oggi. E il filo che li unisce si chiama crawl budget, quella quota di pagine che Googlebot decide di esplorare sul nostro sito ogni giorno. Quando glielo facciamo sprecare, il conto arriva. Non in fattura di Google Cloud, ma nel ROAS che si assottiglia e nel CPA che lievita. Secondo i dati citati nell’ultimo episodio del podcast Search Off The Record, il Web Almanac ha certificato che la dimensione mediana delle homepage mobili ha raggiunto 2,3 MB nel 2025, triplicata rispetto al 2015. Ogni crawl di quella homepage da 2,3 MB è un costo nascosto: non in dollari spesi su Google Ads, ma in pagine di valore che Google non arriva a scansionare, in ranking che non maturano, e in budget pubblicitari che dobbiamo gonfiare per compensare.

La zavorra che ti costa in efficienza di campagna

Per chi gestisce campagne a performance, il punto di partenza è sempre lo stesso: un click che non arriva dall’organico è un click che devi comprare. Il crawl budget è la capacità limitata che Google dedica a scansionare le pagine del tuo sito in un dato giorno. Se il crawler spreca risorse su URL con parametri irrilevanti, navigazione facet infinita, o file pesanti, salta pagine che avrebbero potuto conquistare posizioni e generare traffico gratuito. Il report di fine anno 2025 sui problemi di crawling, discusso sempre su Search Off The Record, ha messo in cima alla lista nera proprio la navigazione facet, i parametri d’azione e i parametri irrilevanti. Tre categorie che divorano il crawl budget senza restituire valore, e che costringono i brand a compensare con il paid. È un meccanismo subdolo: non lo vedi come voce di costo in nessun report, ma lo misuri nel gap tra il traffico potenziale e quello reale che l’organico ti sta portando. E lo paghi ogni volta che un competitor, con un sito più snello e ben crawlato, si prende l’impression organica che avresti potuto avere tu, lasciandoti la sola opzione di rincorrerlo a suon di CPC.

Google ha un’infrastruttura di crawling centralizzata, un software-as-a-service interno utilizzato da molti dei suoi prodotti. Significa che il modo in cui Googlebot vede il nostro sito non è scollegato dal resto dell’ecosistema: le inefficienze di crawling rimbalzano su tutto ciò che quel dominio può ottenere in termini di visibilità, compresa la capacità di emergere nelle nuove superfici di ricerca. Proprio lo scorso maggio il team di Google Search ha discusso dell’evoluzione dalla ricerca tradizionale ad AI Overviews e AI Mode, due ambienti in cui i contenuti devono essere scoperti, scansionati e compresi alla perfezione per avere una chance di apparire. Se il crawler è impegnato a inseguire 500 varianti della stessa pagina prodotta da una navigazione facet non gestita, difficilmente riuscirà a indicizzare in tempo i contenuti informativi che potrebbero qualificarti per gli AI Overviews. E tu, intanto, continui a spendere per colmare la lacuna.

Quando “scansionato ma non indicizzato” ti brucia il budget

Lo stato “crawled not indexed” in Search Console non è un bug. È un segnale. Il podcast Search Off The Record — in un episodio pubblicato proprio nei giorni scorsi — ha affrontato il tema con una domanda diretta: bisogna lasciarsi prendere dal panico quando il rapporto di indicizzazione mostra pagine non indicizzate? La discussione conferma che spesso quel flag non dipende da un problema tecnico, ma da una valutazione di qualità fatta da Google. Ma la parte che interessa a noi che gestiamo budget pubblicitari è un’altra: ogni pagina che Google sceglie di non indicizzare dopo averla scansionata è una risorsa di crawling spesa a vuoto. Hai pagato quel crawl con il tempo e l’attenzione limitati che Google ha dedicato al tuo dominio. E se Google sospetta problemi di qualità, come ha spiegato John Mueller riportato su Search Engine Roundtable, riduce il numero di pagine che indicizza su tutto il sito. È un circolo vizioso per chi opera in settori competitivi: più pagine finiscono in “crawled not indexed”, meno l’intero dominio viene trattato come affidabile, meno pagine vengono scansionate in futuro, meno traffico organico arriva, più paid serve per mantenere la copertura.

Qui si annida il costo occulto per il performance marketer. Quando l’organico perde quota, il piano media deve includere più branded search e più campagne di copertura generica per difendere la visibility complessiva. Il CPA medio sale, perché il mix traffico si sposta verso canali più costosi. E la cosa più frustrante è che spesso non stiamo parlando di un sito rotto, ma di un sito “pesante”: troppi byte, troppi URL senza valore, nessun controllo sui parametri URL. La nuova Search Console, ricostruita da zero proprio per evidenziare le informazioni più utili e guidare l’utente nella risoluzione dei problemi, ti dà tutti gli strumenti per accorgertene. Il punto è se hai il tempo e la priorità di guardarli, quando sei sommerso dall’ottimizzazione quotidiana delle campagne.

Google nel 2025 ha anche lanciato Search Central Live Deep Dive, un evento multi-giorno con sessioni approfondite e workshop pratici. Non è una conferenza per advertiser, ma tocca un tema che dovrebbe interessarci da vicino: la capacità di un sito di farsi trovare nelle nuove architetture di ricerca dipende sempre di più da fondamentali tecnici che non possiamo più delegare a “qualcuno del team SEO”. Perché quel “qualcuno”, se non ha una visione d’insieme del business, non sa che stiamo pompando €30.000 al mese in più su PMax per coprire keyword che l’organico avrebbe potuto presidiare.

Il cortocircuito proattivo e la scelta finale

La risposta non è solo in casa Google. Esiste un’alternativa competitiva che cambia la dinamica: IndexNow, il protocollo spinto da Bing che consente ai webmaster di notificare proattivamente i motori di ricerca dei contenuti appena vengono caricati. Invece di aspettare che il crawler passi e sperare che trovi la pagina giusta, gliela segnali tu nel momento stesso in cui viene pubblicata. Non risolve il problema della qualità percepita da Google, ma attenua l’effetto del crawl budget sprecato: salti la coda, bypassi l’attesa, riduci la probabilità che Google sprechi risorse a scansionare pagine che poi non indicizzerà comunque perché non ha ancora scoperto quelle di valore. Per chi gestisce campagne e-commerce su margini stretti, dove un ritardo di 48 ore nell’indicizzazione di una nuova pagina prodotto può tradursi in centinaia di click comprati inutilmente su Google Ads, IndexNow è un argomento da portare al tavolo degli sviluppatori.

In un ecosistema dove ogni byte ruba attenzione al crawler e ogni secondo di ritardo si traduce in CPC più alti, la scelta non è tra SEO e paid. È tra efficienza tecnica e spreco pubblicitario. Efficienza tecnica significa pagine leggere, parametri URL sotto controllo, navigazione facet gestita, e un protocollo di notifica proattiva come IndexNow. Spreco pubblicitario significa continuare a pagare per parole chiave che l’organico potrebbe coprirti, mentre Googlebot è ancora lì a inseguire la millesima variante di una pagina filtrata per colore, prezzo e taglia. Non serve un audit da 30.000 euro per accorgersene: basta aprire il rapporto di indicizzazione della Search Console e chiedersi quante delle pagine in “scansionato ma non indicizzato” stiano attivamente erodendo il budget che ogni mese investiamo in campagne per compensare la loro assenza dalle SERP.