Le Connected Apps trasformano la SERP in una superficie transazionale che cannibalizza il clic tradizionale
Fino a ieri, AI Mode era una scatola nera che restituiva solo informazioni. Da oggi, gli utenti possono fare la spesa su Instacart senza mai uscire dalla ricerca. Un cambiamento che chi fa SEO non può ignorare. Lo scorso 16 luglio, Google ha annunciato la possibilità di collegare app di terze parti direttamente a AI Mode di Search, come spiega il post ufficiale sul blog di Google. Con le Connected Apps, la pagina dei risultati smette di essere un semplice elenco di link blu: diventa una superficie dove l’utente completa un’azione – un acquisto, un progetto creativo, la creazione di una playlist – senza mai abbandonare l’interfaccia di ricerca.
La SERP diventa un centro commerciale
Il meccanismo è tanto semplice quanto dirompente per chi gestisce traffico organico. Una volta collegato un servizio come Instacart, l’utente può chiedere ad AI Mode una ricetta per una cena dell’ultimo minuto e, dopo aver letto la risposta generata, aggiungere tutti gli ingredienti al carrello della spesa con pochi tocchi. La transazione si conclude nell’app o sul sito di Instacart, ma il grosso del percorso decisionale è già avvenuto dentro l’ecosistema Google, a monte di qualsiasi visita organica al sito di un retailer o di un food blogger. Lo stesso vale per Canva: se serve il volantino di un evento, si può chiedere direttamente all’AI di mostrare una serie di template, selezionare quello adatto e iniziare a lavorarci, sempre senza passare dalla classica ricerca di immagini o da atterraggio sul sito di un marketplace di design. YouTube Music, infine, permette di curare una playlist e avviare la riproduzione all’istante. Tre app iniziali – come riportato da TechCrunch – che bastano a far capire la direzione: l’AI generativa non si limita a rispondere, ma orchestra l’utente verso un esito commerciale o creativo, cannibalizzando di fatto i touchpoint che fino a oggi costituivano il pane quotidiano della SEO tradizionale.
Per anni ci siamo preoccupati della posizione media, del tasso di clic e dei Core Web Vitals. Oggi ci troviamo di fronte un’architettura in cui il risultato migliore non è il link in prima posizione, ma l’integrazione diretta che permette di risolvere un bisogno senza mai abbandonare la chat. E questo cambia radicalmente il significato di “apparire” su Google.
Il precedente (e il rischio pubblicitario)
Ma Google non è il primo a muoversi in questa direzione. Già ad aprile 2026, Anthropic aveva esteso i suoi Connectors di Claude alle app consumer, collegando l’assistente a una quindicina di servizi tra cui AllTrails, Audible, Booking.com, Instacart, Intuit Credit Karma, Intuit TurboTax, Resy, Spotify, StubHub, Taskrabbit, Thumbtack, Tripadvisor, Uber, Uber Eats e Viator. La mossa di Mountain View arriva quindi in un terreno già battuto da un concorrente, ma con un peso specifico radicalmente diverso: Claude non ha una quota di mercato nella ricerca quotidiana paragonabile a quella di Google, né gestisce un ecosistema di inserzionisti altrettanto radicato. Ed è proprio qui che si annida la tensione più grande. Secondo i dati riportati dalla società, Alphabet ha registrato 60,4 miliardi di dollari dalla pubblicità di ricerca nel solo primo trimestre, con una crescita del 19% su base annua. Un colosso costruito sul modello del clic: ogni volta che un utente scorre la SERP e clicca su un annuncio, Google incassa. Se, grazie alle Connected Apps, una quota crescente di transazioni avviene direttamente dentro AI Mode senza che l’utente debba cliccare su alcun link sponsorizzato, il meccanismo pubblicitario che alimenta quei 60 miliardi ogni trimestre rischia di sgretolarsi dall’interno.
La sequenza è già visibile oggi guardando alla competizione. Anthropic ha mostrato che l’intelligenza artificiale può diventare un layer di connessione tra bisogni e servizi, saltando la pagina di intermediazione. Google, dal canto suo, sta provando a cucirsi addosso lo stesso abito, ma con una differenza cruciale: mentre Claude non ha un business pubblicitario da difendere, Mountain View deve convincere i merchant e gli inserzionisti che la nuova esperienza non eroderà il valore degli investimenti in Google Ads. Se la spesa si sposta dentro un carrello Instacart aperto da AI Mode, chi ha pagato per apparire nei risultati sponsorizzati – o chi ha investito in SEO per posizionarsi organicamente – rischia di diventare invisibile.
Cosa fare domani mattina
Cosa implica tutto questo per chi gestisce un sito e vive di traffico organico? Innanzitutto, bisogna smettere di inseguire il clic come unico parametro di successo. L’ottimizzazione va ripensata attorno alle azioni che l’utente può compiere direttamente dall’ambiente AI: se vendi prodotti alimentari, la tua scheda prodotto deve essere strutturata in modo da essere comprensibile e acquistabile all’interno di un flusso delegato a Instacart; se offri template o servizi di design, devi verificare che le tue risorse siano esposte e utilizzabili tramite Canva; se produci contenuti musicali, la playlist curata da AI Mode deve diventare un canale di conversione, non una minaccia. In pratica, la SEO smette di essere una disciplina puramente informativa e diventa un lavoro di integrazione tra contenuti, dati strutturati e piattaforme partner. E-E-A-T non basta più: ora serve che il tuo brand sia “transazionale” prima ancora che autorevole, cioè pronto a concludere un’operazione senza costringere l’utente a uscire dal flusso dell’AI.
Una domanda che ogni SEO specialist dovrebbe porsi già oggi è: il mio sito è ancora il miglior luogo dove far atterrare l’utente, o posso abilitare la stessa azione – acquisto, iscrizione, download – direttamente nel punto in cui l’AI lo sta accompagnando? Se la risposta è la seconda, allora bisogna costruire i ponti giusti, oggi con Instacart e Canva, domani con le decine di app che seguiranno.
La SEO non è morta: ora si ottimizza per l’azione, non per il clic.




