La giudice Rogers ha accolto la mozione di rigetto di SerpApi, ma Google potrà presentare una denuncia modificata entro il

Un giudice federale ha accolto la mozione di rigetto presentata da SerpApi contro la causa per violazione del copyright intentata da Google LLC. L’ordinanza, firmata ieri 20 luglio 2026 dalla giudice Yvonne Gonzalez Rogers del distretto settentrionale della California, rappresenta una battuta d’arresto per Mountain View, ma non chiude definitivamente la partita: Google ha tempo fino al 10 agosto 2026 per presentare una denuncia modificata e riaprire il fronte legale.

Per chi gestisce budget pubblicitari e campagne performance-based, questa vicenda ha implicazioni che vanno ben oltre le aule di tribunale. Tocca infatti la possibilità di accedere in modo automatizzato ai dati pubblicamente visibili sui motori di ricerca, un’attività che alimenta strumenti di competitive intelligence, modelli di intelligenza artificiale e piattaforme di analisi dei posizionamenti organici e a pagamento.

La causa: scraping, copyright e “Google Search API”

Google aveva depositato il ricorso lo scorso 19 dicembre 2025, accusando SerpApi di violare il diritto d’autore offrendo un servizio software in abbonamento, pubblicizzato come “Google Search API”, che consente ai clienti di “raschiare Google”. Secondo la denuncia originale, SerpApi aggira automaticamente le misure di protezione tecnologica di Google per appropriarsi dei risultati di ricerca, compresi contenuti sostanziali protetti da copyright che Google ottiene in licenza da terzi.

La posizione di Google, espressa anche in un post ufficiale, è netta: l’azienda segue protocolli di crawling standard del settore e rispetta le direttive impartite dai siti web attraverso i file robots.txt e altre indicazioni tecniche. “Stealthy scrapers come SerpApi ignorano quelle direttive e non lasciano alcuna scelta ai siti”, si legge nel comunicato.

Il caso era stato assegnato alla giudice Rogers il 5 gennaio 2026, dopo un riassegnamento secondo il sistema proporzionale, casuale e cieco previsto dall’Ordine Generale n. 44. La decisione di ieri accoglie la mozione di rigetto presentata da SerpApi e dichiara moot – cioè prive di oggetto – sia la richiesta di sospensione della discovery, sia le richieste di risposta agli obblighi di discovery e di obbligo a rispondere.

Cosa cambia per chi usa dati pubblici nei flussi di advertising e AI

SerpApi non è un attore marginale. Secondo un’analisi di Sacra, quasi la metà del suo business proviene da startup di intelligenza artificiale come OpenAI (ChatGPT), Cursor, Perplexity e Meta, che utilizzano l’accesso programmatico ai risultati di ricerca per addestrare modelli o rispondere alle query degli utenti con informazioni aggiornate in tempo reale. Stiamo parlando di circa il 40% del fatturato complessivo dell’azienda.

La difesa di SerpApi è tutta incentrata sulla natura pubblica dei dati che indicizza: l’azienda sostiene di fornire accesso programmatico a risultati di ricerca visibili a chiunque utilizzi un normale browser, senza bypassare sistemi di autenticazione né accedere ad account privati o dati non pubblici. Le risposte delle sue API, precisano, includono link e citazioni alle fonti originali, in modo coerente con la presentazione standard delle SERP (Search Engine Results Pages).

Il punto critico, per chi opera nel performance marketing e nella gestione di campagne PPC, è la teoria legale che Google ha portato in tribunale. Se venisse accettata, scrive SerpApi nel suo blog ufficiale, “qualsiasi sito web potrebbe usare la legge sul copyright per bloccare l’accesso automatizzato a informazioni pubblicamente visibili, con potenziali effetti di raffreddamento su competizione, sviluppo di AI e ricerca”. Tradotto per chi fa advertising: se la domanda di rigetto fosse stata respinta e la causa fosse proseguita con una sentenza favorevole a Google, strumenti di monitoraggio dei prezzi, piattaforme di competitive intelligence, crawler per l’analisi delle SERP e gran parte dell’ecosistema di dati che alimenta le decisioni di bidding e di targeting avrebbero potuto trovarsi in una zona grigia, se non apertamente illegale.

C’è un trade-off evidente: da un lato Google rivendica il diritto di proteggere i contenuti che indicizza e le proprie misure tecnologiche anti-bot; dall’altro lato, la stessa Google basa il proprio modello di business sulla scansione massiva dei contenuti altrui. La contraddizione è più di una semplice nota a margine per chi spende budget in campaign su Google Ads e contemporaneamente usa strumenti terzi per analizzare il panorama competitivo delle aste pubblicitarie.

I prossimi passi e i costi nascosti per gli advertiser

La palla ora torna a Google, che ha tempo fino al 10 agosto 2026 per presentare una denuncia modificata. Se Mountain View deciderà di riformulare le proprie accuse, il caso si riaprirà con nuove argomentazioni giuridiche. Se invece lascerà scadere il termine, la decisione di rigetto diventerà definitiva, creando un precedente rilevante per tutto il settore dello scraping di dati pubblici.

Per i media buyer e i performance marketer, il costo nascosto di questa vicenda è l’incertezza. Molti tool di terze parti che forniscono dati sui posizionamenti organici, sulle strategie di bidding dei competitor o sulle variazioni dei Quality Score si basano su meccanismi di scraping analoghi a quelli contestati a SerpApi. Un’eventuale vittoria di Google in un caso futuro potrebbe limitare la disponibilità di questi dati o far lievitare i costi di accesso, con impatti diretti sulla capacità di calcolare CPA reali e sul ROAS effettivo delle campagne.

Vale la pena notare che la giudice Rogers ha anche negato, dichiarandole moot, sia la mozione di sospensione della discovery sia le richieste di risposta agli obblighi di discovery e di obbligo a rispondere. Questo significa che, almeno per ora, SerpApi non dovrà produrre documentazione interna sulle proprie modalità tecniche di scraping né sui contratti con i clienti enterprise. Se Google depositerà una denuncia modificata, tutto questo capitolo istruttorio si riaprirebbe, con possibilità che emergano dettagli operativi sul funzionamento dei sistemi di estrazione dati che alimentano l’ecosistema delle startup AI e degli strumenti di marketing. Per chi usa questi dati ogni giorno per prendere decisioni di budget, è una partita da seguire con attenzione. Il 10 agosto è dietro l’angolo.