Google: click annunci in AI Mode simili agli organici, espansione in nuovi mercati
Nelle liste di prodotti dentro AI Mode, i click-through rate (CTR, la percentuale di utenti che cliccano un risultato dopo averlo visto) degli elementi sponsorizzati sono già simili a quelli degli elementi organici. Per chi fa SEO è un dato che pesa: nelle risposte generate dall’intelligenza artificiale, il risultato pagato e quello guadagnato vengono trattati allo stesso modo da chi li guarda. Il dato arriva insieme a l’annuncio pubblicato oggi da Google, 28 ottobre 2026. Gli annunci in AI Mode si estendono a dieci nuovi mercati e negli Stati Uniti compaiono anche nelle domande di follow-up, cioè nei passaggi successivi della conversazione.
Quando l’annuncio clicca come il risultato organico
Tra chi lavora sul traffico organico era diffusa l’idea che nelle risposte AI il contenuto organico godesse di un vantaggio naturale di fiducia. L’utente che fa una domanda complessa e riceve una risposta sintetica, si pensava, tende a fidarsi di ciò che l’algoritmo seleziona per pertinenza più che di ciò che un inserzionista ha pagato per mostrare. Il dato di Google su AI Mode dice qualcosa di diverso, almeno per le liste di prodotti: dal punto di vista del comportamento di clic,
la distinzione si è già quasi annullata.
Su questa base Google annuncia l’espansione. Se l’utente non distingue più nettamente il pagato dall’organico, la domanda per chi ottimizza un sito diventa quanto spazio resti da conquistare senza budget, man mano che gli annunci arrivano in altri paesi e si spostano dentro la conversazione.
Query tre volte più lunghe, inventario che prima non esisteva
Per capire perché la mossa arrivi adesso conviene guardare alla struttura delle ricerche. Secondo Google, in AI Mode le query sono in media tre volte più lunghe rispetto alle ricerche tradizionali. Per anni le query lunghe e articolate sono state un problema per la pubblicità: intento poco chiaro, volumi frammentati, difficoltà ad abbinare un annuncio pertinente. Erano invece il terreno dei contenuti di approfondimento, delle guide, delle pagine costruite per rispondere a domande specifiche di lunga coda.
Il quadro sta cambiando. Come riporta l’articolo di Search Engine Journal, Schindler ha spiegato che le query più lunghe in AI Mode stanno creando nuovo inventario pubblicitario. Sempre secondo Schindler, la comprensione dell’intento da parte di Gemini «ha aumentato la nostra capacità di mostrare annunci su ricerche più lunghe e complesse che in precedenza erano difficili da monetizzare». Qui sta il paradosso per chi fa SEO: la parte della ricerca che sembrava più aperta alla visibilità organica, proprio perché poco appetibile per gli inserzionisti, è quella che l’AI rende ora vendibile.
A questo si aggiungono i multiturn ads, che Google lancia negli Stati Uniti per mostrare annunci anche nelle query di follow-up in AI Mode. In pratica ogni passaggio della conversazione può ospitare un annuncio, non solo la prima domanda. Sul fronte geografico, l’espansione globale degli annunci in AI Mode avviata in questo mese di ottobre riguarda Australia, Canada, India, Kenya, Malaysia, Nuova Zelanda, Nigeria, Pakistan, Filippine e Singapore. Nel corso del quarto trimestre 2026, già iniziato, Google prevede di estenderla ad altri mercati, tra cui Brasile, Messico e Regno Unito. Le query di lunga coda erano il territorio dei contenuti di approfondimento. Resta da capire chi le presidierà, ora che anche le domande successive diventano spazio pubblicitario.
La corsa a monetizzare la conversazione, e cosa fare lunedì
La mossa di Google non avviene in un vuoto competitivo. Nel messaggio sui risultati del terzo trimestre 2026 di Alphabet, l’azienda scrive che la crescita annua delle query di Search è la più alta degli ultimi cinque anni e che gli investimenti in AI stanno facendo crescere l’utilizzo e il volume complessivo delle query, «comprese le query commerciali». Più ricerche, più lunghe, più commerciali: è la premessa economica perfetta per aprire nuovo inventario.
Dall’altra parte c’è OpenAI. Come ha annunciato Sam Altman in un post su X, OpenAI sta iniziando a testare annunci nelle versioni gratuita e Go di ChatGPT, quest’ultima una nuova opzione da 8 dollari al mese. Due mosse diverse con la stessa direzione: entrambe le aziende puntano sulla ricerca conversazionale come nuovo spazio pubblicitario. Per chi viveva dell’idea che chatbot e risposte AI fossero un canale «pulito», dove conta solo la pertinenza del contenuto, il messaggio è chiaro.
Le implicazioni operative sono concrete. I contenuti che oggi intercettano le domande lunghe e i follow-up si giocheranno la visibilità accanto agli annunci, non al loro posto. Va detto con chiarezza che il dato sui CTR riguarda le liste di prodotti in AI Mode: non è automatico estenderlo a ogni tipo di risposta. Ma per e-commerce e siti con forte componente transazionale il segnale è difficile da ignorare.
Chi ottimizza un sito deve smettere di considerare la ricerca conversazionale una zona franca dagli annunci. Da domani conviene mappare quali query lunghe e di follow-up del proprio settore stanno diventando inventario pubblicitario. Va verificata la propria presenza nelle liste di prodotti di AI Mode nei mercati già coinvolti e in quelli annunciati, come Brasile, Messico e Regno Unito. Infine servono contenuti con un valore che un annuncio con CTR simile non può offrire: esperienza diretta, dati originali, risposte che reggano anche alla terza o quarta domanda della conversazione.




