Dopo il test negli USA, il 43% degli utenti vede annunci e il 50% degli inserzionisti spende più su ChatGPT.

Sei mesi fa ChatGPT era soprattutto un motore di risposte, non un canale di acquisizione. Oggi il 43% degli utenti idonei negli Stati Uniti vede annunci e il business pubblicitario ha superato il miliardo di dollari di ricavi annualizzati: non è un update di algoritmo, è la SERP (Search Engine Results Page, la pagina dei risultati di ricerca) che cambia piattaforma. Lo racconta il report State of ChatGPT Ads di Graphite, pubblicato ieri, che traccia i numeri dei primi 200 giorni del canale.

Il numero che ridisegna la SERP

Chi considerava ChatGPT Ads un esperimento dovrà ricredersi. A marzo 2026 OpenAI ha lanciato ufficialmente gli annunci in ChatGPT: nei primi 200 giorni il canale ha raggiunto un miliardo di dollari di ricavi annualizzati ed è usato da decine di migliaia di inserzionisti. Dopo sei mesi, negli Stati Uniti il 43% degli utenti idonei vede annunci. E c’è un dato che pesa più di tutti per chi spende su Meta: il 50% dei primi 10 inserzionisti pubblica più annunci su ChatGPT che su Meta. Il quadro si basa su oltre 95mila annunci raccolti da più di 500 inserzionisti tra il 1° aprile e il 16 agosto 2026.

Il test era partito il 9 febbraio 2026, limitato agli Stati Uniti e agli utenti adulti connessi con abbonamento Free e Go; i livelli Plus, Pro, Business, Enterprise ed Education restano senza annunci, come precisato nell’annuncio ufficiale di OpenAI. Per chi lavora sul traffico organico la conseguenza è immediata: una quota crescente di ricerche informative non finisce più su una pagina blu di link, ma dentro una risposta conversazionale che qualcuno ha comprato per essere lì.

La tensione tra monetizzazione e fiducia

A fine agosto OpenAI ha dichiarato che l’attività pubblicitaria ha raggiunto un miliardo di dollari di ricavi annualizzati, mentre la società deve giustificare una valutazione da 852 miliardi di dollari, come riporta CNBC. Il cantiere però è ancora aperto: secondo AdExchanger, quel run rate di un miliardo resta al di sotto della precedente previsione di OpenAI, che indicava 2,5 miliardi per il 2026. Tradotto: il canale cresce, ma meno di quanto l’azienda avesse promesso al mercato.

È qui che la storia si complica per chi fa SEO. Nel frattempo Perplexity ha scelto la direzione opposta: abbandona la pubblicità avvertendo che danneggerebbe la fiducia nell’IA, come riporta il Financial Times. Google, dal canto suo, non sta a guardare: sta sperimentando nuovi formati pubblicitari basati sui modelli Gemini per l’esperienza di ricerca, come annunciato sul blog ufficiale di Google. Il paradosso è evidente: quanto più gli annunci si mescolano alle risposte, tanto più si assottiglia il confine tra contenuto organico e inserzione a pagamento. E se quel confine si assottiglia, è la fiducia dell’utente a diventare la variabile che determina click, citazioni e conversioni, più di qualsiasi tag title o Core Web Vitals.

Per chi ottimizza un sito, il trade-off è concreto. Essere citati come fonte dentro una risposta generata dall’IA non dipende più solo dai classici fattori di ranking: dipende anche dal modo in cui l’assistente pesa la credibilità della fonte rispetto agli inserzionisti che pagano per comparire accanto o al posto di quella risposta. Monitorare solo Google oggi significa guardare metà del campo.

Il posizionamento non è più solo su Google

Non serve aspettare una risposta definitiva: il campo di gioco è già cambiato. Presidiare le superfici conversazionali, essere presenti dentro le risposte che l’IA genera con o senza annunci, diventa un’attività SEO a tutti gli effetti, non un’opzione. La domanda non è se gli annunci in ChatGPT funzioneranno, ma se il tuo brand sarà tra le fonti che l’IA cita quando risponde a un utente.

Chi ottimizza un sito domattina deve smettere di monitorare solo la SERP classica: la risposta dentro ChatGPT è già un posizionamento, con o senza annunci. Il confine tra organico e a pagamento si è spostato dentro la conversazione, ed è lì che si gioca il traffico che prima apparteneva solo a Google.