La posizione zero nei risultati di ricerca generativi riduce la visibilità dei link tradizionali, mentre l’opt-out non garantisce il ritorno

Se comparire in cima ai risultati di ricerca è sempre stato il mantra di ogni strategia SEO, qualcosa si è rotto: già a marzo 2024, il CTR medio del primo risultato organico su parole chiave servite da AI Overview era del 7,3%; un anno dopo, a marzo 2025, è precipitato al 2,6%, con una contrazione del 34,5% dei clic quando l’AI Overview occupa la posizione zero. A dirlo sono i dati di Ahrefs, ripresi da Digital Content Next. E intanto, secondo l’analisi pubblicata nei giorni scorsi da NewzDash, il 15,5% delle ricerche di notizie di tendenza negli Stati Uniti mostra il carosello Top Stories proprio dentro l’AI Overview — nel Regno Unito la quota sale addirittura al 17,46% — anziché posizionarlo come modulo autonomo. Il paradosso è servito: ti faccio apparire di più, ti cliccano di meno. E chi lavora ogni giorno su ottimizzazione delle conversioni sa bene che visibilità senza clic non paga lo stipendio a nessuno.

Visibilità che non converte

Il dato è controintuitivo quanto basta per far suonare un campanello d’allarme in ogni dashboard di acquisizione. Lo scorso giugno Google ha iniziato a testare un controllo separato per l’AI generativa in Search Console, segnale che la questione è centrale anche per Mountain View. Ma nel frattempo i numeri raccontano di una cannibalizzazione silenziosa: il link blu viene sostituito da un riassunto generativo, e il carosello Top Stories, quando compare lì dentro, si trova a competere con una risposta che spesso azzera il bisogno di cliccare. Non è un’impressione: Search Engine Journal fa notare che Google mostra le Top Stories o dentro l’AI Overview o come modulo separato, mai entrambe. Significa che a decidere dove finirai — e con quale probabilità di essere cliccato — non sei tu. Eppure, a prima vista, esiste una via d’uscita: il pulsante di opt-out.

L’illusione del controllo

L’idea è semplice: se comparire nell’AI Overview sta bruciando i clic, perché non uscirne? Google ha effettivamente introdotto un’opzione che consente a un sito di non partecipare ai risultati generativi — una mossa descritta come una prima mondiale dall’autorità antitrust britannica e documentata nei dettagli dalla BBC. Ma qui inizia il tranello. Scegliere di non apparire nell’AI Overview significa rinunciare a qualsiasi traffico o impression proveniente da quei riquadri, mentre il posizionamento nei risultati di ricerca principali resta del tutto invariato. In altre parole: l’opt-out non ti restituisce il vecchio carosello Top Stories in bella vista sotto la barra di ricerca. Ti toglie dall’AI Overview e basta, senza garanzie che la visibilità perduta venga compensata altrove.

Chi progetta test A/B sa che questa è una trappola classica: variabile dipendente bloccata. Puoi decidere di non esporti al trattamento sperimentale, ma non puoi scegliere la variante che converte di più. O stai dentro l’AI Overview, con tutti i rischi di CTR in caduta, o ne stai fuori e speri che i clic tornino a crescere dai risultati tradizionali — ma senza alcuna leva per forzare la mano. Il risultato è un bivio cieco, in cui l’editore paga il doppio costo di un esperimento che non controlla. E qui si inserisce la domanda scomoda: perché Google, a differenza di altri, non riconosce un valore economico diretto ai contenuti che alimentano i suoi riquadri generativi?

Il gigante solitario

Fuori dall’ecosistema Google, qualcuno ha già scelto di aprire il portafoglio. A luglio 2024, Perplexity ha lanciato il suo Publishers Program, offrendo una percentuale di revenue sharing a doppia cifra agli editori citati dal motore di ricerca AI — lo ha annunciato Dmitry Shevelenko, riportato da CNBC. Nel frattempo, Google resta l’unico grande attore dell’intelligenza artificiale a non aver ancora stipulato accordi di licenza per i contenuti editoriali, come segnalato da Press Gazette; ed è anche l’unico bot che Cloudflare, per impostazione predefinita, non blocca. Una posizione di forza che rende la scelta di restare o uscire dall’AI Overview meno libera di quanto sembri. Se sei un editore, puoi certo premere il pulsante di opt-out, ma senza alternative reali il gesto rischia di somigliare più a una protesta che a una strategia di growth.

L’AI Overview è un paradosso che nessuna “best practice” preconfezionata può risolvere. L’unica strada sensata, per chi ha dimestichezza con fogli di calcolo e significatività statistica, è misurare l’impatro reale: test dopo test, segmento dopo segmento, capire se la visibilità dentro il riquadro generativo porta ancora a un delta positivo sul fondo dell’imbuto oppure no. Perché oggi, tra un CTR che si dimezza anno su anno e un carosello Top Stories che un giorno su sei finisce dentro l’AI Overview, non decidere è già una decisione. E costa caro.