Il 63% degli utenti perde fiducia negli annunci AI, ma OpenAI cerca di monetizzare ChatGPT

Quattrocentotrentanove per cento. È l’aumento della presenza pubblicitaria nelle AI Overview di Google in un anno, passata da circa il 3% di gennaio 2025 al 25,5% attuale. Mentre il 63% degli adulti statunitensi dichiara, secondo un’indagine Ipsos di febbraio 2026, che gli annunci nei risultati di ricerca AI riducono la fiducia, OpenAI ha scelto proprio questo momento per annunciare, sulla pagina ufficiale del proprio approccio alla pubblicità, il test degli annunci nelle prossime settimane negli Stati Uniti per i tier gratuito e ChatGPT Go. Per chi fa SEO in un ecosistema dove la ricerca conversazionale sta erodendo la SERP tradizionale (Search Engine Results Page, la pagina dei risultati di ricerca), il segnale è inequivocabile: la visibilità organica non sarà l’unica via, e la fiducia rischia di diventare il nuovo ranking factor implicito.

La fiducia al 63% e l’invasione pubblicitaria nelle SERP AI

Il punto di partenza è un dato che ribalta un’assunzione comune: gli assistenti AI non sono più un rifugio senza pubblicità. L’analisi di Digital Applied mostra come le inserzioni compaiano ormai in circa una pagina di AI Overview su quattro, segnando un incremento del 394% rispetto a gennaio 2025, quando la presenza era marginale. Non si tratta di un test timido: Mountain View sta spingendo con decisione l’advertising nei risultati generativi, modificando di fatto il patto implicito con l’utente che vedeva nell’AI uno spazio pulito, diverso dalla SERP blu affollata di annunci.

E gli utenti stanno reagendo. A febbraio 2026, un’indagine Ipsos citata dalla fonte rilevava che il 63% degli adulti statunitensi ritiene che la pubblicità nei risultati di ricerca AI riduca la fiducia, con solo il 24% in disaccordo. Una forbice netta, che mette qualsiasi piattaforma di fronte a un trade-off difficile: monetizzare l’interfaccia conversazionale rischia di compromettere la percezione di autorevolezza — quel segnale di E-E-A-T (Experience, Expertise, Authoritativeness, Trustworthiness) che Google stesso ha elevato a pilastro della qualità dei contenuti. Ma se il colosso di Mountain View spinge così forte sull’advertising nei risultati generativi, cosa spinge OpenAI a seguire la stessa strada proprio ora?

Il conto da 14 miliardi che spinge ChatGPT verso gli annunci

Dietro la decisione di testare annunci in ChatGPT, annunciata ieri con un post ufficiale, c’è un rosso di bilancio che si allarga. Già a novembre 2025, documenti finanziari riportati da Fortune mostravano proiezioni preoccupanti: l’azienda prevedeva perdite operative per 9 miliardi di dollari nel 2025 e oltre 14 miliardi nel 2026. Un’emorragia che, secondo le stesse proiezioni, avrebbe portato le perdite a circa tre quarti del fatturato del 2028, allontanando il punto di pareggio. E a fine aprile 2026, secondo quanto riportato da Forbes, il CFO Sarah Friar avrebbe espresso internamente preoccupazioni sulla capacità di onorare i contratti futuri per la potenza di calcolo, se la crescita dei ricavi non avesse accelerato.

In questo contesto, la pubblicità diventa una leva strutturale. OpenAI stima che gli annunci possano generare 1 miliardo di dollari di entrate già dal 2026, con una rampa che puntava a quasi 25 miliardi entro il 2029, secondo le previsioni analizzate da Lynn Räbsamen su LinkedIn. Numeri che spiegano il test annunciato per le prossime settimane negli Stati Uniti per i tier gratuito e ChatGPT Go — quest’ultimo lanciato in 171 paesi da agosto 2025 al costo di 8 dollari al mese, con accesso espanso a messaggistica, creazione di immagini, caricamento file e memoria.

OpenAI prova a rassicurare. L’azienda dichiara che non venderà mai i dati degli utenti agli inserzionisti, che gli annunci non appariranno in account di minori di 18 anni né vicino a temi sensibili come salute, salute mentale o politica. E sul post dedicato al test, sostiene che in un’interfaccia conversazionale la pubblicità possa essere più pertinente e utile, collegando le persone a prodotti e servizi che si adattano naturalmente a ciò che stanno cercando di fare. Ma il paradosso resta: mentre OpenAI cerca di contenere i danni reputazionali con paletti etici, c’è chi sceglie la strada opposta.

Claude senza pubblicità, e la SEO che verrà

Anthropic ha già risposto. Con un annuncio formale, l’azienda ha dichiarato che Claude rimarrà uno spazio senza pubblicità, un “luogo per pensare” contrapposto frontalmente alla strategia di OpenAI. Un posizionamento che punta dritto al dato Ipsos: se due adulti su tre perdono fiducia con gli annunci, esiste uno spazio di mercato per un assistente che rinuncia a quella linea di ricavo in cambio di autorevolezza percepita. Per chi fa SEO, lo scenario si frammenta ulteriormente: da un lato Google spinge gli annunci nelle AI Overview, dall’altro ChatGPT inizia a testarli, mentre Claude si posiziona come alternativa ad-free. Ogni piattaforma avrà logiche di visibilità diverse, e ottimizzare per la ricerca conversazionale significherà presidiare ecosistemi ibridi dove la presenza organica convive con spazi a pagamento sempre più integrati nel flusso dialogico.

Chi lavora sul traffico organico deve iniziare a porsi domande pratiche: i contenuti ottimizzati per apparire nelle risposte generative saranno sufficienti se un concorrente può acquistare posizionamento nello stesso flusso conversazionale? La fiducia, misurata da segnali come la citazione autorevole, la coerenza fattuale e la trasparenza della fonte, potrebbe diventare il differenziale competitivo in un ambiente dove l’utente sta già sviluppando anticorpi contro l’invasione pubblicitaria. Non è più solo una questione di ranking factor tecnici o di autorità di dominio: è una questione di credibilità percepita in tempo reale, in un’interfaccia che non perdona approssimazioni. La pubblicità nei chatbot non è un’evoluzione della SERP tradizionale — è un cambio di paradigma che costringe a ripensare non solo dove apparire, ma a quale prezzo di fiducia.