L’analisi di Ahrefs su oltre tre milioni di query mostra un vantaggio strutturale per l’ecosistema Alphabet
Quando Google ha acceso gli AI Overviews — i riassunti generativi che da maggio 2024 campeggiano in cima alla SERP americana — in molti si aspettavano un trionfo del giornalismo di qualità, una vetrina finalmente meritocratica per chi produce contenuti autorevoli. Invece, il dominio più citato è YouTube. A rivelarlo è un’analisi di Ahrefs basata su oltre 3 milioni di query statunitensi, che inchioda la piattaforma video di casa Google al 20,9% delle citazioni totali. Un dato che smonta qualunque retorica sulla democratizzazione delle fonti e racconta una verità scomoda: l’intelligenza artificiale di Google premia l’ecosistema Google, e lo fa con una prepotenza che lascia le briciole a tutti gli altri.
YouTube, il vincitore inatteso
Ventuno citazioni su cento portano a YouTube. Non a un sito di news, non a un’enciclopedia, non a un database scientifico: a una piattaforma che vive di contenuti generati dagli utenti, monetizza con la pubblicità e appartiene alla stessa casa madre del motore di ricerca che la cita. Il cortocircuito è evidente, e chi si occupa di SEO farebbe bene a prenderne atto senza illusioni. L’analisi condotta da Ahrefs Brand Radar ha esaminato ogni singolo dominio citato da AI Overviews attraverso un campione di query che coprono tutte le aree tematiche possibili. Il risultato è un ecosistema in cui le proprietà Alphabet — YouTube in testa, ma anche Google stesso e altre piattaforme del gruppo — godono di un vantaggio strutturale che nessun algoritmo esterno potrà mai compensare del tutto.
Non è una sorpresa, se si guarda alla storia recente della funzione. AI Overviews è stato rinominato e lanciato negli Stati Uniti al Google I/O nel maggio 2024, ma già quello stesso mese Google ha dovuto limitare temporaneamente lo strumento dopo che aveva iniziato a fornire suggerimenti insensati e dannosi, come invitare gli utenti a mangiare rocce o ad applicare colla sulla pizza. Un debutto imbarazzante che ha spinto Mountain View a ritoccare pesantemente i criteri di selezione delle fonti, e che oggi fa da sfondo a un paradosso: la soluzione trovata non è stata premiare la qualità giornalistica, ma ancorarsi ai domini più consolidati e meno rischiosi, molti dei quali sono di proprietà Google.
Il predominio di YouTube solleva una domanda scomoda per chiunque viva di traffico organico: se il primo risultato utile non è più un link al tuo articolo ma un video embedded che risponde alla query senza che l’utente abbandoni mai la SERP, qual è il valore residuo della ricerca testuale? La risposta, purtroppo, la stanno già scrivendo i numeri.
L’emorragia silenziosa dei publisher
Mentre YouTube ride, i publisher piangono. I dati di traffico non mentono, e quelli raccolti nelle ultime stagioni dipingono un quadro che fa male. La maggior parte dei siti membri del DCN — un’associazione che rappresenta editori di news e intrattenimento — ha subito perdite di traffico da Google Search comprese tra l’1% e il 25%, secondo quanto riportato in un’indagine pubblicata lo scorso anno. Il calo mediano anno su anno del traffico di riferimento da Google Search si è attestato attorno al -10% nelle otto settimane monitorate, con una forbice che si allarga pericolosamente tra brand news (-7%) e brand non-news (-14%).
I casi singoli sono ancora più eloquenti. Secondo dati di Similarweb, il traffico verso il sito della CNN è crollato di circa il 30% rispetto all’anno precedente, mentre Business Insider e HuffPost hanno visto i propri numeri affondare di quasi il 40% nello stesso periodo. The Verge, da parte sua, ha collegato esplicitamente il declino del proprio traffico Google all’ascesa di AI Overviews: una correlazione che non sorprende chi osserva da vicino le dinamiche delle SERP generative. E non è solo un problema americano: il trend indica che quando Google risponde direttamente nella pagina dei risultati, il clic verso la fonte originale diventa un optional sempre meno esercitato.
Dietro questi numeri c’è una lezione amara ma necessaria. Arrendersi non è un’opzione, ma continuare a fare SEO come se nulla fosse cambiato lo è ancora meno. Chi produce contenuti testuali deve accettare che il terreno di gioco è stato inclinato, e che i vecchi modelli di acquisizione del traffico vanno ripensati da zero. La domanda ora è: come si combatte in un ecosistema che premia l’anzianità del dominio e il formato video?
La SEO del 2026: istruzioni per l’uso
Il predominio di domini ultra-quindicenni e di piattaforme video riscrive le regole del gioco, e ignorarlo sarebbe autolesionista. Un’indagine pubblicata da SE Ranking mostra che Google AI Overviews cita principalmente domini con più di 15 anni di anzianità: il 49,21% delle citazioni proviene da domini che esistono da almeno un decennio e mezzo. È una preferenza che stride con il comportamento di altri motori generativi: Bing Copilot, per esempio, pesca con una certa disinvoltura anche da domini con meno di 5 anni (18,85% delle citazioni). ChatGPT, dal canto suo, attinge a piene mani da Wikipedia, che da sola rappresenta quasi la metà delle citazioni tra le prime 10 fonti più utilizzate.
Ogni piattaforma ha la sua dieta di fonti, e le sovrapposizioni sono sorprendentemente basse. Perplexity e ChatGPT condividono appena il 25,19% dei domini citati, mentre Bing Copilot e Google AI Overviews hanno in comune solo il 9,81% dei domini. Tradotto in pratica: ottimizzare per Google AI Overviews è un gioco radicalmente diverso rispetto a ottimizzare per ChatGPT o Copilot. Per chi punta al traffico da Google, i dati suggeriscono che la strada passa inevitabilmente attraverso due assi: autorità storica del dominio e presenza su YouTube. Non si tratta più solo di scrivere articoli ben strutturati o di curare l’E-E-A-T — Experience, Expertise, Authoritativeness, Trustworthiness, il framework con cui Google valuta la qualità dei contenuti — ma di esistere da abbastanza tempo ed essere presenti nel formato che il motore di ricerca preferisce citare.
Questo non significa che un sito giovane sia condannato senza appello, ma che la partita si gioca su un campo dove l’inerzia storica conta più di quanto molti SEO specialist siano disposti ad ammettere. Significa anche che investire esclusivamente sul testo scritto, senza una strategia video integrata, equivale a lasciare sul tavolo l’unico formato che AI Overviews sembra davvero gradire. La provocazione è servita: domani mattina, prima di scrivere il prossimo articolo, chiediti se quel contenuto funziona anche in video. E chiediti se il tuo dominio ha abbastanza storia per essere credibile agli occhi di un algoritmo che ha già scelto i suoi preferiti.




