Il 25,5% dei risultati AI di Google contiene già annunci, con un aumento del 394% rispetto all’anno precedente
Se gestisci campagne search, probabilmente hai passato gli ultimi mesi a chiederti se valesse la pena investire nei risultati generati dall’intelligenza artificiale. La risposta è arrivata, e non lascia spazio a dubbi: gli annunci compaiono ormai nel 25,5% dei risultati AI di Google, con un aumento del 394% anno su anno, secondo i dati raccolti da Digital Applied. Non stiamo parlando di un test, di una fase beta o di un canale sperimentale. Stiamo parlando di uno spazio pubblicitario che, silenziosamente, è già diventato centrale nel percorso di acquisto di milioni di utenti — e la maggior parte degli advertiser non ha ancora una strategia per presidiarlo.
Il punto non è soltanto il volume. È il comportamento degli utenti a rendere questo dato potenzialmente dirompente per chi alloca budget su Google Ads. Chi cerca oggi su Google riceve risposte AI che vengono percepite come definitive, non come semplici punti di partenza per approfondire. Lo evidenzia Shelly Palmer, analista di lungo corso nel settore media: «Le prime evidenze suggeriscono che le persone trattano i risultati di ricerca AI come risposte complete, piuttosto che come trampolini per ulteriori ricerche». Tradotto per chi fa paid media: l’utente arriva, legge la risposta generata, valuta gli annunci che compaiono al suo interno e molto spesso si ferma lì. Se il tuo annuncio non è in quel flusso, semplicemente non esisti.
Il meccanismo che conoscevamo — query, SERP, clic sull’annuncio, landing page, conversione — si sta comprimendo. I risultati AI accorciano il funnel decisionale, e chi non presidia quel nuovo punto di contatto rischia di vedere il proprio costo per acquisizione (CPA) salire per mancanza di impression, non per problemi di qualità delle campagne. La domanda non è più “se” entrare nei risultati AI, ma “come” farlo senza sprecare budget e “quanto” allocare prima che i concorrenti occupino tutto lo spazio disponibile.
Google accelera, OpenAI cambia le etichette: la trasparenza si assottiglia
Mentre Google spinge sulla monetizzazione dei risultati AI, anche sul fronte di ChatGPT le novità non mancano — e hanno implicazioni dirette sulla riconoscibilità degli annunci. Nei giorni scorsi OpenAI ha modificato l’etichettatura delle inserzioni sulla sua piattaforma, sostituendo la dicitura “Sponsored” con un più asciutto “Annuncio”. La modifica, segnalata da Search Engine Roundtable, non è soltanto lessicale: la posizione dell’etichetta è stata spostata dall’angolo in alto a sinistra della casella pubblicitaria al lato destro del singolo annuncio.
Per chi pianifica campagne, questo dettaglio è tutt’altro che trascurabile. Un’etichetta meno visibile e posizionata in modo meno convenzionale riduce la probabilità che l’utente identifichi immediatamente il contenuto come pubblicità. In un contesto in cui le risposte AI vengono già percepite come definitive, un annuncio meno riconoscibile rischia di confondersi ulteriormente con il contenuto organico generato. Non è una questione di compliance — le regole ci sono e vengono rispettate — ma di percezione dell’utente e, di conseguenza, di tasso di clic (CTR) e qualità del traffico generato. Se l’utente clicca senza sapere che si tratta di un annuncio, il comportamento post-clic potrebbe essere diverso, con impatti misurabili su conversion rate e ritorno sulla spesa pubblicitaria (ROAS).
Budget, test e creatività: come muoversi prima che lo spazio sia saturo
Davanti a uno scenario in cui i risultati AI sono già il punto di arrivo per molti utenti e gli annunci si integrano in modo sempre meno distinguibile, l’inerzia costa cara. La prima mossa operativa è rivedere l’allocazione del budget tra campagne search tradizionali e posizionamenti nei risultati AI. Non significa abbandonare la SERP classica — che continua a generare volumi — ma iniziare a destinare una quota dedicata, monitorabile e ottimizzabile, a questo nuovo inventario. Google sta progressivamente integrando i posizionamenti AI nelle campagne esistenti, ma le logiche di asta, i formati e le dinamiche competitive sono ancora in evoluzione. Aspettare che si stabilizzino significa regalare mesi di apprendimento ai concorrenti.
La seconda leva è la creatività. Se l’utente riceve una risposta AI e non approfondisce, l’annuncio deve lavorare in uno spazio ridotto, in un contesto ad alta densità informativa e con tempi di attenzione minimi. Non è il terreno degli annunci search tradizionali con tre headline e due description intercambiabili. Serve testare copy più diretti, value proposition immediate e landing page che chiudano il cerchio in pochi secondi. Chi tratta i risultati AI come un’estensione delle proprie campagne search senza adattare il messaggio rischia di bruciare budget con CTR bassi e tassi di rimbalzo elevati.
La terza mossa, spesso sottovalutata, è la misurazione. Se il funnel si accorcia e l’utente converte senza passare dalla SERP classica, i modelli di attribuzione vanno aggiornati. Le conversioni generate dai risultati AI potrebbero essere attribuite in modo diverso, e senza un tracciamento granulare si rischia di sottostimare il contributo di questo canale. In pratica: verifica che il tuo setup di tracciamento copra correttamente i posizionamenti AI, segmenta i report per distinguere il traffico proveniente da questi risultati e confronta CPA e ROAS con le campagne search standard.
Chi sta già testando sta accumulando dati che tra sei mesi varranno oro. Chi aspetta il “momento giusto” troverà aste già sature, CPC mediamente più alti e competitor che hanno già ottimizzato creatività e targeting. In un mercato in cui il 25,5% dei risultati AI è già monetizzato e l’incremento annuo sfiora il 400%, il timing non è una variabile secondaria: è la variabile.
La prossima volta che controlli le performance delle tue campagne, fermati un attimo e chiediti: quanti clic stai perdendo perché il tuo annuncio non compare nei risultati AI? E quanto ti costa, in termini di CPA e quota mercato, non essere lì?




