La piattaforma unifica oltre 50 app tra Search e Gemini, ma sposta altrove la chiusura della conversione
Chi lavora di CRO conosce bene questo scenario: mesi di test sulla landing page, varianti del modulo, microcopy rivisto, tempi di caricamento limati. Poi l’utente che cerca un biglietto per un concerto o una lezione di fitness completa l’azione senza mai vedere quella pagina, perché tutto avviene dentro un assistente. La conversione c’è, ma non sul tuo sito. È lo scenario che si apre con l’annuncio di due giorni fa, il 28 ottobre: Google ha lanciato l’anteprima della Connected Apps Platform, un modo unificato per portare le funzionalità delle app direttamente in Gemini e in Search.
Una conversione che non passa dalla tua pagina
Secondo Google, le Connected Apps già attive tra Search e Gemini sono più di 50 e coprono aree che vanno dalla produttività ai biglietti per eventi, fino a salute e fitness. Le integrazioni con partner come Adobe, Experian, Localiza e Peloton sono già disponibili per gli utenti in Gemini e, sempre secondo l’azienda, arriveranno anche in Search nelle prossime settimane. A queste si aggiunge una nuova integrazione con Calm, prevista su entrambe le superfici. Il resoconto di 9to5Google ricorda che tra le app di terze parti già accessibili da Gemini figurano anche Dropbox, Instacart, OpenTable e Ticketmaster, e precisa che l’integrazione con Calm sarà disponibile nelle prossime settimane.
Da prodotto a prodotto, l’elenco racconta un’idea semplice: l’utente esprime un bisogno all’assistente e l’assistente lo soddisfa chiamando il servizio giusto. Per chi offre quel servizio, la domanda che conta non riguarda il numero di integrazioni, ma quale parte del funnel resta sotto il suo controllo diretto quando l’azione si chiude altrove.
Costruire una volta, misurare dove?
La meccanica descritta da Google è lineare. Gli sviluppatori si integrano con un server MCP ospitato in cloud oppure con Android MCP tramite le AppFunctions APIs, poi usano la Google Connected Console per registrare, testare e inviare la propria app. MCP è il Model Context Protocol, che nelle parole di Anthropic, che lo ha presentato, offre uno standard aperto e universale per collegare i sistemi di intelligenza artificiale alle fonti di dati, sostituendo integrazioni frammentate con un unico protocollo. In pratica, invece di costruire un connettore diverso per ogni superficie, si espone una volta sola ciò che il servizio sa fare.
Da qui la promessa centrale: la piattaforma, scrive Google, dà agli sviluppatori l’opportunità di costruire una volta e raggiungere utenti “ad alta intenzione” sia su Search sia nell’app Gemini. Per un growth manager la formula è attraente. L’alta intenzione è esattamente ciò che si cerca di catturare con campagne di ricerca, pagine prodotto e checkout ottimizzati. Qui sembra arrivare già filtrata, senza dover pagare il costo di attrito di una landing che deve convincere.
Ma è proprio qui che conviene fermarsi. L’intenzione resta, i punti di osservazione cambiano. Nel funnel classico ogni passaggio lascia una traccia misurabile: la sessione, lo scroll, il clic sulla CTA, l’abbandono al secondo step del form. È su quelle tracce che si costruiscono heatmap, analisi del funnel e ipotesi da sottoporre ad A/B test. Se la richiesta nasce in una conversazione con Gemini e si conclude con una chiamata al server MCP del servizio, molte di quelle tracce potrebbero non esistere più dal lato di chi vende. Si vedrà, verosimilmente, l’esito: la prenotazione registrata, il biglietto emesso. Più difficile vedere ciò che è successo prima, e ancora di più capire quanti utenti hanno iniziato il percorso senza completarlo. Senza il denominatore, un tasso di conversione è un numero senza contesto. Le fonti disponibili non chiariscono quali dati di interazione Google renderà disponibili agli sviluppatori: è un’incognita da tenere presente, non una conclusione.
La stessa scommessa su tre superfici
Google, poi, non è sola. Come osserva l’analisi di TechCrunch sull’annuncio, anche ChatGPT e Muse di Meta stanno correndo per trasformare i propri assistenti nella superficie attraverso cui gli utenti raggiungono i servizi di terze parti. Uno standard aperto come MCP abbassa il costo di integrarsi con più di un assistente, ma non elimina la scelta di fondo: chi integra decide anche a chi affidare una parte del proprio funnel, e quindi dei propri dati. Quale superficie porterà gli utenti migliori? E migliori secondo quale metrica?
La risposta onesta è che oggi nessuno lo sa. Non ci sono, nelle fonti, dati su tassi di completamento, valore medio o fidelizzazione degli utenti che convertono dentro un assistente rispetto a quelli che arrivano sul sito. “Alta intenzione” è un’etichetta di posizionamento, non una misura. E resta aperto il problema dell’attribuzione: se un utente scopre il servizio in Search, prenota tramite Gemini e torna poi direttamente sull’app, a quale canale va il merito?
Il primo esperimento sensato non riguarda una variante di pagina, ma un confronto tra percorsi. Chi aderirà alla piattaforma dovrebbe isolare la coorte di utenti acquisiti tramite Connected Apps e confrontarla con quella che arriva dal sito su tre assi: tasso di completamento dell’azione, comportamento nelle sessioni successive e ritorno nel tempo. Servono finestre di osservazione abbastanza lunghe e campioni abbastanza grandi da distinguere una differenza reale dal rumore delle prime settimane, quando i volumi saranno probabilmente modesti e gli early adopter poco rappresentativi. Prima di spostare budget e sviluppo verso un funnel di cui si vede soltanto l’esito, vale la pena sapere se quell’esito ha lo stesso valore.




