Durante l’aggiornamento spam di settembre 2026 il 16,71% degli URL è caduto oltre la posizione 100

Chi gestisce campagne lo sa: un URL in top 10 è un asset che si dà per scontato finché non sparisce. Durante l’aggiornamento spam di settembre 2026, quell’asset è diventato 1,8 volte più probabile da perdere, come confermano i dati di SE Ranking. Il Google Search Status Dashboard ha registrato l’inizio del rollout lo scorso 24 settembre e il completamento l’8 ottobre.

La top 10 non è più un parcheggio sicuro

Il dato di SE Ranking, riportato da Search Engine Land, quantifica la scossa con una precisione che lascia poco spazio alle interpretazioni. Durante l’aggiornamento, il 16,71% degli URL che occupavano la top 10 di Google è caduto oltre la posizione 100 per la stessa keyword, contro il 9,2% registrato in un periodo comparabile di cinque giorni a luglio. Tradotto in termini di rischio: la probabilità di uscire dalla top 100 era di circa 1,8 volte il livello normale. Non è una fluttuazione stagionale, è un cambio di regime per chi fa affidamento sui flussi organici.

Per chi pianifica campagne, il numero ha un valore operativo immediato. Se il traffico organico di una landing page o di una pagina prodotto alimenta la catena di conversione — e con essa i modelli di CPA (costo per acquisizione) e ROAS (ritorno sulla spesa pubblicitaria) — quella variabile non è più una costante da assumere nel piano. Un calo del 16,71% delle prime posizioni in pochi giorni significa che i flussi “gratuiti” su cui sono tarati i budget possono variare con una volatilità che nessun modello media mette a budget. E non si tratta solo di SEO tradizionale: la politica anti-spam di Google Search considera spam le tecniche usate per ingannare gli utenti o manipolare i sistemi di ricerca, includendo esplicitamente i tentativi di manipolare le risposte dell’AI generativa. La pulizia, in altre parole, colpisce anche chi cerca di sfruttare le nuove superfici di ricerca basate sull’AI.

Quarto aggiornamento, finestra anomala, Europa in deroga

Per capire perché l’effetto è stato così visibile, serve guardare al calendario. Search Engine Journal ricorda che Google ha già lanciato aggiornamenti spam a marzo, giugno e agosto: quello di settembre è stato il quarto dell’anno e, a differenza dei tre precedenti — conclusi ciascuno in meno di tre giorni — ha ricevuto una finestra insolitamente lunga fino a due settimane. Il rollout, iniziato lo scorso 24 settembre, si è completato dopo due settimane esatte. Aggiungiamoci che l’aggiornamento è stato applicato a livello globale e a tutte le lingue: la combinazione di portata universale e durata estesa spiega perché la volatilità è stata percepita in modo così netto.

A questa anomalia temporale si aggiunge un’asimmetria normativa. Per gli utenti all’interno dell’EEA (Spazio economico europeo), l’impatto dell’azione manuale legata alla policy sul site reputation abuse non si applica, come indicato nella documentazione ufficiale di Google. Chi opera nel mercato europeo vive quindi un contesto diverso da chi compete nel resto del mondo: una differenza da tenere presente quando si confrontano dati di traffico e di ranking tra mercati diversi.

Se l’organico vacilla, chi paga il conto?

La risposta non sta solo in Google. Secondo Glenn Gabe, le piattaforme rivali di ricerca AI come ChatGPT, Perplexity e Claude devono ancora costruire propri sistemi anti-spam. Mentre Google alza il livello di pulizia, le alternative AI restano più permeabili alle tecniche di manipolazione: la pressione competitiva non si distribuisce uniformemente tra i canali di ricerca. La domanda operativa resta: quanto del budget deve restare legato a un ranking che può sparire in cinque giorni?

La conclusione, per chi pianifica campagne, è che l’organico non va trattato come un canale gratuito, ma come un’esposizione al rischio da coprire con budget paid e obiettivi misurabili.