La sospensione riguarda l’azione manuale contro la site reputation abuse, introdotta nel 2024 ed estesa nello stesso anno
Dal 30 agosto 2026, per gli utenti all’interno dell’Area Economica Europea, l’impatto dell’azione manuale contro la site reputation abuse non si applicherà più. Lo certifica l’aggiornamento della policy pubblicato da Google: stessa query, due classifiche diverse — un meccanismo anti-spam che continua a funzionare nel resto del mondo, ma che da quella data non produrrà effetti sui risultati visualizzati in Europa.
Il paradosso è tutto qui. Google ha introdotto la policy sulla reputazione del sito nel 2024. Nel novembre dello stesso anno, la definizione è stata estesa fino a coprire i contenuti di terze parti indipendentemente dal coinvolgimento o dalla supervisione del sito di prima parte. Ora, per una porzione significativa di utenti, quella stessa policy viene sospesa. Non parzialmente modificata, non ridefinita nei criteri: sospesa nell’applicazione dell’azione manuale per un’intera area economica.
Un solo algoritmo, due classifiche
La conseguenza strutturale non è un dettaglio tecnico: è una divergenza nei risultati tra utenti europei e resto del mondo. Google stessa lo riconosce quando sostiene che un’applicazione eccessivamente ampia del DMA porta a risultati di ricerca diversi per gli utenti europei rispetto ad altre regioni. L’argomento, usato finora come critica alla regolamentazione, è diventato la premessa esplicita di una policy: se il DMA richiede di non declassare certe pubblicazioni, Google sceglie di sospendere l’azione manuale solo nell’EEA.
Il risultato è un motore di ricerca che combatte lo spam in tutto il mondo — ma che nell’area economica europea smette di farlo per un intero tipo di abuso. La domanda non è più se il DMA stia cambiando i risultati di ricerca, ma quanto in profondità. E perché Google accetti di avere due motori diversi. La risposta sta in uno scontro cominciato più di un anno fa.
Un’indagine “sbagliata” che finisce per avverarsi
La cronologia merita attenzione. Il 13 novembre 2025, la Commissione europea ha aperto un’indagine formale ai sensi del DMA sulla politica di Google relativa all’abuso della reputazione del sito. Lo stesso giorno, il Chief Scientist di Google per la Ricerca, Pandu Nayak, ha definito «sbagliata» l’indagine e ha affermato che rischia di danneggiare milioni di utenti europei. «The investigation announced today into our anti-spam efforts is misguided and risks harming millions of European users», si legge nella risposta ufficiale pubblicata sul blog aziendale.
C’è un’ironia misurabile in quella frase. Google sosteneva che sospendere le politiche anti-spam avrebbe prodotto risultati peggiori per gli utenti europei. Oggi, a distanza di poco più di nove mesi, l’azienda ha formalizzato esattamente quella sospensione: come documentato dalla Commissione, Google ora esenta i risultati di ricerca nell’EEA dalle azioni manuali relative alla reputazione del sito. La profezia di Nayak si è realizzata, ma per decisione di Google stessa, non per un ordine diretto della Commissione.
Il nodo è la definizione di «applicazione troppo ampia». Già nel novembre 2024, la precisazione di Google aveva esteso la definizione di site reputation abuse per coprire contenuti di terze parti indipendentemente dal coinvolgimento o dalla supervisione del sito di prima parte: un irrigidimento che ha allargato il perimetro della policy. È su quel perimetro più largo che la Commissione ha costruito il caso: se Google declassa le pubblicazioni della stampa solo per aver ospitato contenuti di terze parti, sta limitando la capacità degli editori di monetizzare tramite la ricerca, con un potenziale effetto distorsivo sul mercato dei servizi intermediati dal gatekeeper.
Il test involontario sugli utenti europei
Come riporta Thomas Regnier, grazie al DMA Google Search non declasserà più le pubblicazioni della stampa esclusivamente per aver ospitato contenuti di terze parti. E la Commissione europea, sempre secondo Regnier, monitorerà l’applicazione della nuova politica per garantirne la conformità al DMA.
Ma il monitoraggio istituzionale è solo metà del test. L’altra metà si scriverà nei ranking: quante pagine con contenuti di terze parti inizieranno a risalire nelle SERP europee? Quale sarà l’effetto misurabile sulla qualità percepita dei risultati? E soprattutto, esiste un modo pulito per isolare l’impatto dell’esenzione dalle altre variabili che muovono le classifiche? Chi lavora con i dati di ricerca sa che un cambiamento di policy di questa portata è un quasi-esperimento naturale: il gruppo di trattamento sono gli utenti EEA, il gruppo di controllo è il resto del mondo. Peccato che nessuno abbia dichiarato le metriche di riferimento, né la minimum detectable effect.
Da oggi la decisione è ufficiale: la stessa query potrà produrre due verità diverse, quella di Google e quella del DMA. Non sappiamo ancora quale proteggerà meglio gli utenti — ma da adesso i dati, non le dichiarazioni, lo diranno.




