La rimozione del costo per click massimo rende indispensabile correggere i dati di conversione prima che l’algoritmo impari dagli errori

Il report non torna. Il ROAS è verde, ma il margine non c’è. Il costo per click sale senza motivo e il limite che avevi impostato non esiste più. Non è un problema di offerte: è il segnale che il tuo cruscotto ha un guasto. E Microsoft ha appena deciso che quel guasto non puoi più compensarlo a mano.

A partire dal 1 ottobre 2026, Microsoft Advertising non permetterà più di impostare il Max CPC nelle nuove campagne. La notizia arriva da la rimozione di Max CPC. Il Max CPC, il costo per click massimo, era il freno a mano: potevi dire all’algoritmo “non spendere più di questo per un click”. Ora quel freno sparisce.

Nella stessa comunicazione sulla rimozione di Max CPC, Microsoft consiglia di gestire le performance con budget, obiettivi Target CPA (costo per acquisizione) e Target ROAS (ritorno sulla spesa pubblicitaria), regole sul valore di conversione e aggiustamenti stagionali. Ma questi controlli presuppongono che i dati di conversione siano affidabili.

Mentre Google introduce gli strumenti AI Max per testare budget e ROI (ritorno sull’investimento) su più campagne Search, la direzione è chiara: l’automazione prende il volante. Il problema è che il cruscotto è rotto.

Quando il tuo budget balla su numeri finti

I problemi di Smart Bidding (offerte automatiche) spesso nascono da conversioni che non corrispondono a utenti reali, come documentato negli errori di setup delle conversioni.

Tra le configurazioni di conversione errate c’è la mancata mappatura di ad_user_data e ad_personalization su ‘granted’ all’accettazione: i segnali che autorizzano la corrispondenza mancano, anche se l’utente ha detto sì.

Un altro caso negli errori nella misurazione delle conversioni: se il consenso si aggiorna al caricamento successivo, la conversione sulla pagina corrente parte con lo stato pre-consenso.

Quando il valore di conversione non corrisponde a quanto pagato davvero, il Target ROAS insegue una finzione, come spiegano i problemi di tracciamento delle conversioni.

Negli errori di conversione rilevati, un ordine con €15 di spedizione inclusa nel valore batte un ordine identico con spedizione gratuita, anche se quei €15 sono costo, non margine.

Anche il valore corretto al checkout smette di esserlo quando il cliente restituisce o annulla, come emerge dalle impostazioni di conversione difettose.

Le configurazioni di conversione problematiche diventano letali per chi ha tassi di reso elevati: senza aggiustamenti, l’algoritmo impara a cercare i clienti peggiori.

Il freno che Microsoft ti toglie

Con l’assenza di Max CPC, la qualità dei dati che alimentano il bidding automatico non è più un dettaglio: è il motore.

Microsoft ribadisce anche, parlando della fine del CPC manuale, che il monitoraggio delle conversioni deve riflettere le azioni che contano davvero per l’azienda.

Microsoft ti toglie il volante, ma il tuo cruscotto è già rotto.

Il conto lo paga chi non ha fatto pulizia

Chi gestisce campagne su Microsoft Ads non deve chiedersi come sostituire il Max CPC, ma come sistemare i dati prima che l’algoritmo li usi senza rete. I setup errati non sono più un fastidio: sono un moltiplicatore di perdita. Il lavoro si sposta dal bid manuale all’igiene del tracciamento, alla correzione dei valori di conversione, alla segmentazione per margine reale.

Non è una questione di strumenti, ma di priorità: prima il cruscotto, poi l’automazione.