La nuova policy di Google Ads richiede un dominio collegato a un sito governativo ufficiale per la certificazione dei fornitori

Chi ha mai pubblicato annunci per passaporti, visti o pratiche amministrative lo sa: bastava un contratto commerciale per dire “siamo autorizzati”. Dal 5 ottobre 2026 quel contratto non varrà più nulla su Google Ads. L’aggiornamento della policy “Other restricted businesses: Government documents and services policy” annunciato da Google il 13 agosto ridefinisce il requisito di autorizzazione: per essere considerati fornitori autorizzati non basterà più un contratto, servirà un dominio collegato a un sito web governativo ufficiale.

Il 5 ottobre: addio al contratto commerciale come prova

La modifica non nasce dal nulla. La policy sui documenti e servizi governativi già oggi distingue tra governi certificati e fornitori non governativi autorizzati. L’aggiornamento di ottobre 2026 aggiunge criteri documentali rigidi per definire cosa conta come autorizzazione valida, e il primo criterio riguarda proprio il dominio.

Per essere un fornitore autorizzato ai sensi della policy, il dominio dell’inserzionista deve essere collegato da un sito web governativo ufficiale e pubblicamente accessibile, e deve essere esplicitamente referenziato come autorizzato dall’ente governativo competente a fornire quello specifico documento o servizio. Non è un dettaglio tecnico: è la differenza tra un’autorizzazione verificabile pubblicamente e una semplice auto-dichiarazione.

Il cambio è netto anche nella lista di ciò che Google non accetterà più: contratti commerciali, licenze commerciali, registrazioni in registri aziendali (anche quando gestiti da un governo) e articoli o post di blog, persino se ospitati su siti di proprietà governativa. Per chi pianifica campagne, la conseguenza è immediata: se il dominio non è linkato da un sito governativo, dal 5 ottobre 2026 non rientri nei parametri di autorizzazione, indipendentemente dai contratti firmati.

Si aggiunge il vincolo geografico. Gli annunci dovranno targetizzare esclusivamente le regioni per cui esiste un’autorizzazione governativa. Restano escluse solo le categorie intrinsecamente transnazionali: visti elettronici e autorizzazioni di viaggio, documenti di ingresso alla frontiera e programmi Trusted Traveler statunitensi. In pratica, un’autorizzazione per un singolo territorio non copre più campagne nazionali o transfrontaliere al di fuori di quelle eccezioni. Google inizierà ad applicare l’aggiornamento il 5 ottobre 2026.

Le eccezioni che contano e il precedente Microsoft

La policy non è però monolitica. Google ha esentato dall’obbligo di certificazione gli inserzionisti che promuovono vignette e e-vignette in tutta Europa. E per chi pubblica annunci di “identificatori aziendali” targetizzando esclusivamente la Francia, non serve qualificarsi come governo o fornitore autorizzato: basta richiedere un’esenzione dalla policy per evitare disapprovazioni improprie. Il confine tra chi è dentro e chi è fuori passa, quindi, anche dalle categorie e dalle geografie delle eccezioni.

C’è poi la questione della disclosure. Google genererà automaticamente una divulgazione “Not a government website” per gli annunci di ricerca che promuovono documenti e servizi governativi, a meno che l’inserzionista non sia certificato come fornitore governativo. Per chi non rientra nei nuovi criteri, quindi, non c’è solo il rischio di disapprovazione: c’è un’etichetta automatica che può incidere sul tasso di clic e sull’efficienza della spesa.

Il precedente Microsoft aiuta a inquadrare la direzione. Microsoft Advertising ha avviato un programma pilota a marzo 2023 per consentire la pubblicità di servizi governativi da parte di fornitori delegati o autorizzati, con revisione e pre-approvazione, limitato alla rete di ricerca e all’Audience Network negli Stati Uniti. Quel pilota è stato lanciato tre anni prima dell’aggiornamento di Google dell’ottobre 2026. In altre parole, Google non sta inventando un modello nuovo: sta allineando il proprio ecosistema a un approccio a validazione preventiva che esiste già nel mercato.

Prima del 5 ottobre: il check che separa il budget dal blocco

Per chi pianifica campagne su documenti governativi, il lavoro da fare prima del 5 ottobre si riduce a tre controlli.

Primo: verifica il dominio. Se il dominio dell’inserzionista non è collegato da un sito web governativo ufficiale e non è esplicitamente referenziato come autorizzato, la certificazione come fornitore autorizzato è chiusa in partenza. Non si prepara un contratto: si verifica un collegamento pubblico e verificabile.

Secondo: allinea il targeting geografico. Ogni campagna deve targetizzare esclusivamente le regioni per cui esiste un’autorizzazione governativa, salvo le eccezioni transnazionali già citate. Chi oggi spinge campagne nazionali o multi-paese su documenti governativi deve rivedere struttura e impostazioni geografiche.

Terzo: controlla se rientri in un’esenzione. Chi opera su vignette ed e-vignette in Europa o su identificatori aziendali in Francia ha percorsi semplificati, ma deve comunque verificare la richiesta di esenzione per non incappare in disapprovazioni improprie.

Il punto è semplice: chi arriva al 5 ottobre senza aver verificato il collegamento al sito governativo e il targeting scoprirà che la certificazione non è più un’opzione burocratica ma una condizione operativa. E la disclosure “Not a government website”, automatica per chi non è certificato, va letta come un segnale sul posizionamento: un annuncio etichettato così compete in condizioni diverse rispetto a un fornitore certificato.

Non aspettare ottobre: il dominio che non è collegato a un sito governativo è già, di fatto, fuori dai giochi. Per chi pianifica campagne su documenti governativi, la certificazione non è più una formalità burocratica ma il nuovo gatekeeper del budget.