Selezioni da 345mila a 600mila in tre mesi, ma i referral calano fino al 25%.
Il 20 agosto 2026 Google ha presentato un nuovo pulsante interattivo “Preferred Sources” che gli editori possono incorporare nelle proprie pagine. Finora, secondo i dati diffusi dall’azienda, le persone hanno selezionato più di 600.000 fonti uniche tramite il pulsante “Preferred Source”. E già lo scorso maggio Google segnalava che chi entra nella lista ha il doppio delle probabilità di ricevere un clic. Sembra il sogno di ogni editore: un segnale di fedeltà esplicito, un pubblico che sceglie di dare priorità ai tuoi contenuti. Ma se la preferenza fosse solo un modo per rendere sopportabile un traffico in caduta?
Il paradosso del pulsante preferito
La crescita delle adozioni è reale. Sempre il 20 agosto, Google ha aggiunto che presto sarà possibile perfezionare il feed Discover digitando interessi specifici direttamente nell’app Google, e che gli utenti possono ora curare i briefing audio giornalieri nell’app Google News su Android scegliendo argomenti specifici, con attribuzione chiara delle fonti e link agli articoli completi. Ma i numeri in vetrina raccontano solo metà della storia. Lo scorso maggio, Google segnalava che le persone avevano selezionato più di 345.000 fonti uniche come Preferred Sources e che le probabilità di clic su una Preferred Source erano doppie rispetto alle altre fonti. In meno di tre mesi le selezioni sono passate da più di 345.000 a oltre 600.000. È un’adozione che cresce, ma è anche un dato da leggere con cautela: la preferenza registra un’intenzione, non necessariamente un cambiamento nel comportamento di ricerca complessivo. Cosa succede, ad esempio, a chi non viene scelto?
Cosa dicono davvero i dati sul traffico
Se il pulsante funziona così bene per chi viene scelto, perché gli editori continuano a perdere traffico? La contraddizione emerge quando si affiancano i dati di Google a quelli sui referral. Secondo Digital Content Next, la maggior parte dei siti membri — sia news sia entertainment — ha subito perdite di traffico da Google Search tra l’1% e il 25%. Non sono numeri marginali: sono contrazioni strutturali che colpiscono anche chi, in teoria, potrebbe beneficiare della personalizzazione.
Il quadro si complica con i dati del Pew Research Center. Secondo il centro di ricerca, gli utenti che incontrano un riepilogo AI cliccano su un link di ricerca tradizionale nell’8% delle visite, mentre quelli che non lo incontrano cliccano quasi il doppio delle volte (15%). Non è un test controllato: confronta sessioni osservate, non utenti assegnati casualmente a un gruppo con riepilogo AI e a un gruppo senza. La differenza è però indicativa di una pressione che nessun pulsante di preferenza sembra compensare del tutto.
Per chi lavora su test e conversioni, la domanda non è se il pulsante generi clic in più per le fonti selezionate: è se quei clic siano incrementali. Se un utente avrebbe comunque cliccato sulla stessa fonte, la preferenza sposta traffico già garantito senza crearne di nuovo. Resta da capire se la preferenza sia una leva di conversione o un palliativo mentre Google trattiene gli utenti nei propri riepiloghi.
La preferenza come prodotto, non come strategia
Non è solo una questione di ranking. Perplexity ha già introdotto, nel 2024, le fonti web personalizzate in Spaces, consentendo agli utenti di scegliere quali siti web interrogare. E Google, già nel settembre 2025, aveva introdotto la funzionalità “follow” per editori e creatori su Discover, con la possibilità di vedere un’anteprima dei contenuti prima di seguire. La personalizzazione delle fonti è un prodotto consolidato, non una strategia per ridare agli editori il controllo sul traffico.
L’unico esperimento che conta è se un editore può trasformare una fonte preferita in un pubblico che torna senza passare da Google. La vera metrica da osservare non è quante fonti vengono selezionate, ma se la preferenza genera traffico incrementale o semplicemente sposta clic che sarebbero arrivati comunque. Fino ad allora, è solo un’altra promessa di controllo.




