La ricerca sponsorizzata genera oltre 50 miliardi di dollari l’anno, spostando il ranking dalla pertinenza al budget pubblicitario
Il dato da incorniciare per chi fa SEO su Amazon arriva nei giorni scorsi dalle pagine del blog di Seth Godin: quasi un miliardo di dollari a settimana di profitto dagli annunci di ricerca. Ogni settimana. Nel post, Godin si chiede chi finisca per pagare i più di 50 miliardi di dollari all’anno spesi in questi annunci. La risposta, per chi vende e per chi compra, è scomoda.
La ricerca sponsorizzata su Amazon non è un semplice canale di acquisizione. È diventata una tassa implicita sulla vendita — Godin la chiama “Amazon tax” — che modifica il funzionamento della ricerca stessa.
Un miliardo a settimana per peggiorare la ricerca
Il punto di partenza è il numero: quasi un miliardo di dollari di profitto a settimana dagli annunci di ricerca. Un flusso che non è neutro per chi usa la piattaforma. Come scrive Godin, gli annunci rendono la ricerca peggiore per i consumatori: i risultati più visibili non sono necessariamente i più pertinenti, ma quelli finanziati dai budget dei venditori.
Su questa lettura converge Cory Doctorow, che descrive Amazon come una piattaforma “enshittified” fatta di uno scroll infinito di risultati a pagamento, dove vincere dipende dai budget pubblicitari, non dalla qualità. Il verbo “vincere” non è casuale: nella ricerca di Amazon, il ranking è diventato un esito dell’asta prima ancora che un giudizio sulla pertinenza della scheda prodotto.
Lo studio peer-reviewed dice una cosa scomoda: meno transazioni, più profitti
Il meccanismo non è solo una sensazione da addetti ai lavori. A novembre 2025, uno studio peer-reviewed pubblicato su Management Science ha mostrato un effetto controintuitivo: la pubblicità di ricerca sponsorizzata ruba business alle listing organiche e, insieme, riduce il volume totale di transazioni intermediato dalla piattaforma. Non si tratta, cioè, di un semplice spostamento di vendite da un venditore all’altro: quando Amazon spinge i risultati a pagamento, il totale delle transazioni si contrae.
Eppure, la pubblicità sponsorizzata resta redditizia per la piattaforma. Lo studio rileva che le entrate pubblicitarie più che compensano la riduzione delle commissioni che Amazon guadagnerebbe sulle transazioni. Tradotto: Amazon può guadagnare di più da una ricerca che media meno transazioni, perché il margine arriva dagli annunci anziché dalle commissioni. È il paradosso che Godin descrive come tassa: il costo viene scaricato su chi vende, che deve pagare per farsi vedere, e su chi compra, che trova una ricerca peggiore.
I numeri complessivi confermano la portata del fenomeno. Nel 2025 i ricavi pubblicitari di Amazon hanno superato. La quota legata agli annunci di ricerca — oltre 50 miliardi di dollari all’anno secondo la stima di Godin — è la voce che muove la macchina.
Per chi ottimizza su Amazon: il ranking non premia più la qualità
La perdita non è solo dei consumatori. Se gli annunci sponsorizzati rubano business alle listing organiche, chi investe nell’ottimizzazione di una scheda prodotto senza budget pubblicitari si trova davanti a un ranking che premia la spesa, non la qualità. Per chi fa SEO su Amazon, il significato operativo è chiaro: l’ottimizzazione organica non scompare, ma si trasforma in un presidio strategico dei termini chiave che vale la pena difendere anche a pagamento. La domanda non è più “come ottimizzo questa scheda”, ma “quali termini chiave posso davvero presidiare e a che costo”.
Chi domani mattina ottimizza una scheda prodotto o un sito su Amazon deve smettere di pensare alla ricerca come a un campo neutro: è un’asta. O si presidiano i termini chiave, o si accetta l’invisibilità.




