Il 50% del web è slop, e il programmatic fatica a distinguerlo dall’inventario di qualità

Quando le risposte dell’AI generativa iniziano a contenere annunci, il confine tra contenuto utile e superficie pubblicitaria si fa sottile. Già oggi il 25,5% dei risultati AI di Google ospita spazi commerciali, mentre Ahrefs costruisce un ecosistema di domini autorevoli pensato per il nuovo crawler di Google. Non è più solo una questione di ranking: è la qualità dell’inventario a finire sotto attacco.

La metà del web è slop, e il programmatic lo ignora

A ottobre 2025, secondo Graphite, il 50% degli articoli online era generato da AI slop. E mentre la definizione di MFA richiede un alto rapporto annunci/contenuti, contenuti scadenti e dipendenza da traffico a pagamento, molti siti AI slop ne soddisfano solo due: testi mediocri e affollamento pubblicitario, ma senza acquistare traffico, perché vengono indicizzati organicamente grazie a strategie semantiche aggressive.

I marketer sanno chi comprare, non dove. Lo ammettono i professionisti che si occupano di performance dei contenuti. Il programmatic nacque sul pubblico, non sul contesto, ma negli ultimi anni l’attenzione si è spostata sulla qualità degli ambienti mediali, dalla pertinenza editoriale all’attenzione generata, un cambio di rotta documentato da approfondimenti su contenuti che guidano le performance.

I buyer hanno un nuovo nemico: l’AI slop. E chi riesce a evitarlo vede migliori performance media. Eppure nessuno sa con certezza cosa performi meglio – il telegiornale serale o Love Island – un dubbio che le discussioni sulla performance dei contenuti non sciolgono.

Il segnale che il tracciamento non vede

Strumenti di analisi comportamentale come Microsoft Clarity, sfruttati nell’ambito dell’ottimizzazione PPC con visibilità limitata, registrano ciò che i pixel non catturano: i rage click e la confusione dell’utente. Quando una pagina è zeppa di testo generato e banner irrilevanti, l’utente clicca furiosamente cercando una via d’uscita. Quel pattern diventa il nuovo indicatore di brand safety perché segnala, in tempo reale, se l’inventario è slop, indipendentemente dalle categorie statiche. E il report sui bot AI, disponibile in Clarity per chi fa ottimizzazione degli account PPC, mostra la quota di traffico da crawler AI, segnalando le pagine che i motori stanno già valutando per le future AI Overview.

Il buyer che ha hackerato la trasparenza

Un buyer pubblicitario ha costruito una soluzione ad tech personalizzata combinando più strumenti per capire dove atterravano realmente gli annunci. Il risultato: un miglioramento delle performance pubblicitarie tangibile. La trasparenza paga, ma richiede integrazioni su misura che pochi team possono permettersi.

Per chi domattina deve ottimizzare un sito o una campagna, la via è più semplice: installare Clarity sulle pagine di destinazione dei referral a pagamento, tracciare i rage click e gli abbandoni rapidi e incrociare il dato con il report dei crawler AI. Le pagine che generano frustrazione vanno depennate dall’inventory. Non serve aspettare una nuova certificazione: la brand safety si misura con il dito dell’utente che clicca per scappare.