La class action rivela che oltre il 70% degli utenti è in perdita e lo 0,1% incassa il 67% dei

Se aprissi un account pubblicitario e scoprissi che oltre il 70% delle tue campagne chiude in rosso, staccheresti la spesa in trenta secondi netti. Su Polymarket, questa percentuale di utenti in perdita è la normalità — ma il marketing della piattaforma raccontava una storia molto diversa. Venerdì scorso, la class action depositata da Vaca Daffan per conto della National Association of Consumer Advocates contro Blockratize, Inc. (la società dietro Polymarket), il fondatore Shayne Coplan e il dirigente Matthew Modabber, ha spalancato i numeri reali: una macchina di comunicazione costruita per nascondere il tasso di perdita e spingere piccoli utenti verso un mercato dove i profitti si concentrano in uno strato sottilissimo di account.

La trappola dei guadagni facili

La denuncia depositata il 26 giugno presso la Corte Superiore del Distretto di Columbia accusa i convenuti di aver orchestrato una campagna di marketing ingannevole “ampia e platealmente fuorviante”, progettata per attirare americani a rischiare denaro reale oscurando quanto sia probabile perdere. Tradotto per chi lavora con i numeri ogni giorno: la piattaforma ha costruito un funnel dove le metriche chiave — tasso di perdita per utente, concentrazione dei profitti — venivano sistematicamente escluse dalla comunicazione pubblica.
Il dato che avrebbe spento qualsiasi conversione era l’unico assente dal copy.

I numeri raccontano una realtà che qualsiasi media buyer riconoscerebbe come allarmante. Secondo la voce su Polymarket, più del 70% degli utenti registra perdite e appena lo 0,1% degli account incamera il 67% dei profitti. Una distribuzione così squilibrata significa che il prodotto, per la quasi totalità di chi lo usa, funziona come un meccanismo di trasferimento di valore verso una nicchia ristrettissima. Se fosse una campagna Performance Max, sarebbe stata spenta dopo il primo mese. Ma dietro c’è una strategia di influenza costruita con metodo negli anni, ed è qui che la causa accende un faro su meccanismi che chi spende budget in advertising sa riconoscere al centimetro.

La fabbrica dell’illusione

Per capire come Polymarket abbia mantenuto credibilità nonostante quei numeri, bisogna guardare all’infrastruttura di comunicazione che ha costruito. Il New York Times ha passato in rassegna i post social della piattaforma e ha trovato centinaia di contenuti falsi e fuorvianti. Politico ha scoperto una campagna orchestrata per pagare influencer che lodassero l’accuratezza predittiva della piattaforma. Il Wall Street Journal ha documentato come Polymarket abbia pagato creatori di contenuti per mostrare operazioni simulate con vincite fasulle su cloni del sito, oltre a promuovere materiale che spiegava come usare informazioni privilegiate sulla piattaforma. È un ecosistema di contenuti a pagamento che qualsiasi inserzionista riconoscerebbe: influencer marketing senza disclosure, social proof artificiale e creatività pubblicitarie costruite su dati di performance inventati.

La denuncia aggiunge un dettaglio che alza ulteriormente la posta in gioco: i convenuti avrebbero preso di mira ingiustamente studenti universitari con annunci manipolativi. Targettizzare un pubblico giovane e meno esperto con messaggi che omettono sistematicamente il rischio di perdita non è solo una strategia discutibile — è esattamente il tipo di pratica che i regolatori, dalla FTC americana al nostro Garante, stanno osservando con crescente attenzione nell’intero ecosistema del marketing digitale. La causa fornisce l’occasione per mettere in fila i tasselli di un’apparecchiatura di influenza che, vista con gli occhi di chi alloca budget, appare come un case study di ciò che non si dovrebbe mai costruire: targeting aggressivo su segmenti vulnerabili, KPI nascosti, social proof fabbricata e un funnel che monetizza la perdita dell’utente medio.

Già nel gennaio 2022, Polymarket era stata multata per 1,4 milioni di dollari dalla Commodity Futures Trading Commission (CFTC) e aveva ricevuto un ordine di cessazione per violazioni normative, inclusa la mancata registrazione come Swap Execution Facility. La piattaforma aveva bloccato l’accesso ai clienti statunitensi, rimanendo fuori dal mercato americano per quasi quattro anni. Nel frattempo, l’infrastruttura di marketing continuava a operare su altri mercati, affinando esattamente i meccanismi che oggi la causa contesta.

Il paradosso del rientro americano

La denuncia arriva proprio nella fase di massima ambizione di Polymarket. Nell’ottobre 2025, Intercontinental Exchange (ICE) ha investito fino a 2 miliardi di dollari nella piattaforma, valorizzandola 8 miliardi. Lo scorso febbraio, la valutazione era salita a 9 miliardi. E lo scorso dicembre, dopo anni di blocco, Polymarket ha riaperto il mercato statunitense — proprio mentre costruiva il ponte verso gli investitori istituzionali.

Il paradosso è netto. Da un lato, una piattaforma che ha strutturalmente bisogno di un flusso continuo di piccoli utenti che perdono per alimentare i profitti dello 0,1% che vince. Dall’altro, un afflusso di capitale istituzionale che legittima l’operazione e ne aumenta la portata. Per chi gestisce budget pubblicitari, lo schema è familiare: è la versione finanziaria di un modello di business dove il CAC (Customer Acquisition Cost) è sostenuto dalla promessa di rendimenti che la matematica del prodotto nega alla stragrande maggioranza degli acquirenti. La causa di Vaca Daffan non contesta solo il marketing ingannevole; mette in discussione la sostenibilità stessa di un ecosistema dove la redditività del singolo utente è l’ultima variabile considerata.

Resta aperta la domanda su come i regolatori e gli investitori istituzionali digeriranno le rivelazioni contenute nella denuncia. Per chi alloca budget pubblicitario e misura ogni euro speso contro il ritorno reale, la lezione è già scritta: dietro i numeri abbaglianti di una piattaforma — utenti totali, volumi scambiati, valutazioni miliardarie — l’unico KPI che conta davvero è la redditività reale dell’utente medio. Se oltre il 70% perde e lo 0,1% incassa due terzi dei profitti, la domanda non è se il modello regge. È quanto tempo ci mette il mercato ad accorgersene.