La mossa di Google arriva dopo che Microsoft aveva seguito la strada opposta nel 2025

Nel 2021 Google ha consolidato Target CPA e Target ROAS dentro le ombrello Maximize Conversions e Maximize Conversion Value, spingendo gli advertiser verso un’automazione che sembrava il futuro. Oggi, a distanza di cinque anni, l’azienda fa marcia indietro – in silenzio – e riporta le due strategie a vivere di vita propria. A partire da giugno 2026, Google Ads aggiorna l’etichettatura delle strategie di offerta: “Maximize conversions with a Target CPA” torna semplicemente “Target CPA”, e “Maximize conversion value with a Target ROAS” diventa “Target ROAS”. Dietro l’apparente maquillage c’è un’ammissione importante: la consolidazione del 2021 era una semplificazione dannosa per chi punta all’efficienza, non alla massimizzazione a ogni costo.

La ritirata di Google: Target CPA e Target ROAS tornano indipendenti

L’annuncio ufficiale parla di maggiore chiarezza fra obiettivi orientati al volume e obiettivi orientati a un target, e precisa che «il comportamento di offerta sottostante rimane esattamente lo stesso». Ma la mossa è inequivocabilmente un’inversione della consolidazione avviata nel 2021. All’epoca, Google aveva cominciato a permettere agli utenti di creare campagne Maximize Conversions e Maximize Conversion Value con i campi target_cpa e target_roas impostati, normalizzando l’idea che fosse sufficiente aggiungere un parametro opzionale. Ora riconosce, nei fatti, che quella unificazione confondeva gli operatori e penalizzava chi doveva governare con precisione il costo per conversione o il ritorno sulla spesa.

Per chi ottimizza campagne tutti i giorni, non è una questione di etichette. È il segnale che l’account manager medio – quello che sa che cosa significa stare in asta con un target di costo – aveva ragione: esiste una differenza operativa che una semplice opzione dentro una strategia “Maximize” non riusciva a comunicare.

Perché “Target” non è uguale a “Maximize”

La reale posta in gioco è nel modo in cui l’algoritmo gestisce il budget quando gli obiettivi diventano vincolanti. Come ha spiegato il team di Google Ads API, le campagne che ottimizzano per un target si concentrano sul raggiungimento di quel valore dichiarato, e non sulla massimizzazione del volume abbassando internamente le offerte quando il budget inizia a scarseggiare. In una strategia “Maximize conversions” pura, invece, il sistema cerca di spendere tutto il budget per ottenere il maggior numero di conversioni possibile, anche alzando il costo per conversione ben oltre quanto l’inserzionista sarebbe disposto a pagare. L’aggiunta di un target opzionale dentro quella logica poteva funzionare, ma rendeva opaco il compromesso: l’annunciatore pensava di avere un controllo che, nella pratica, dipendeva da come il sistema interpretava la priorità.

Con le etichette ripristinate, la separazione torna netta. “Target CPA” comunica in modo diretto che il KPI guida è il costo per azione; l’algoritmo può sacrificare il volume pur di non sforarlo. “Maximize conversions”, invece, dice che il volume conta di più. Anche se il motore sotto il cofano non cambia, l’esperienza di configurazione cambia la postura mentale di chi imposta le campagne e, di conseguenza, il modo in cui vengono misurati i risultati.

Tra Google e Microsoft: chi ha ragione? E voi, cosa dovete fare?

La mossa di Google appare ancor più significativa se si guarda alla concorrenza. Microsoft Advertising, già ad agosto 2025, aveva rimosso Target CPA e Target ROAS per tutte le nuove campagne create, spingendo gli inserzionisti verso strategie di massimizzazione con target opzionale. Due piattaforme, due direzioni opposte: una riabilita la distinzione, l’altra la seppellisce. Chi ha ragione? La domanda è provocatoria, perché la verità sta nel tipo di campagna e nel momento del ciclo di vita.

Se state lavorando su account dove il costo per conversione è il vero indicatore di performance, l’insegnamento è chiaro: rivedete le campagne che erano state forzate dentro Maximize negli ultimi anni. Chiedetevi se il target CPA impostato era realmente rispettato o se il budget veniva consumato a costi medi superiori. Testate la nuova etichetta “Target CPA” come strategia a sé stante, confrontatela con la versione “Maximize” che usavate in precedenza e misurate non solo il numero di conversioni, ma il costo effettivo a consuntivo. Per le campagne con ROAS come KPI primario, fate lo stesso ragionamento.

Allo stesso tempo, non ignorate il fatto che Microsoft ha scelto la strada opposta: significa che in certi ecosistemi la massimizzazione con target può funzionare, e che la flessibilità resta fondamentale. Il vero errore sarebbe applicare la stessa logica a tutte le campagne “tanto l’algoritmo sa cosa fare”. La differenza di etichetta non è estetica: è un promemoria che la modalità con cui si comunica un obiettivo alla macchina influisce sulle decisioni che quella macchina prende.

Ora tocca a voi: rivedete le campagne che erano state forzate dentro Maximize. Se il vostro KPI è il costo per conversione, tornare a Target CPA non è un’opzione, è una necessità.