Il motore non mostra pagine ai lettori ma risponde agli agenti AI

Da quale indice pescano le risposte che i tuoi clienti leggeranno domani? Fino a poco tempo fa, per chi lavora sul traffico organico, la risposta era quasi sempre Google. Lo scorso 17 ottobre, tre giorni fa, si è aggiunto un indice che non mostra risultati alle persone. Come si legge nelle note di rilascio ufficiali di DeepSeek, l’azienda ha aperto agli sviluppatori la propria API di ricerca interna, un motore pensato per essere interrogato da modelli e agenti AI. Insieme all’API sono stati pubblicati i pesi di DeepSeek-V4.1-Flash-1017, il modello che usa questo motore. La domanda pratica, per chi ottimizza un sito, è se le proprie pagine siano già lì dentro.

Un indice da centinaia di miliardi di pagine che non vedrai mai in SERP

DeepSeek Search è descritto come un motore di ricerca generalista e AI-native che indicizza centinaia di miliardi di pagine web, supporta la ricerca multilingue e restituisce in tempo reale risultati pertinenti, autorevoli e aggiornati. Non esiste una SERP, cioè la pagina dei risultati che un utente scorre e su cui si misurano posizioni e CTR (il tasso di clic). Esiste invece un’interfaccia di programmazione, un’API, che un agente AI chiama quando deve recuperare informazioni dal web prima di generare una risposta. Chi legge quella risposta non vede mai l’elenco delle fonti nell’ordine in cui il motore le ha restituite.

Il rilascio di ottobre va tenuto distinto da quello di settembre. Lo scorso 10 settembre DeepSeek aveva lanciato ufficialmente V4.1-Flash, il modello più piccolo della nuova famiglia di architetture, con comprensione visiva multimodale nativa e un punteggio di 90.9 sul benchmark GPQA Diamond. In quell’occasione sono stati ritirati i modelli della generazione precedente, V4 Flash e V4 Flash Vision Exp. Per compatibilità, i nomi deepseek-v4-flash e deepseek-v4-flash-vision-exp vengono reindirizzati temporaneamente a V4.1 Flash. La versione 1017 aggiunge al modello l’accesso a un indice proprietario. Un indice di queste dimensioni, però, conta solo se qualcuno lo interroga, e a decidere chi lo farà è soprattutto il prezzo.

5 yuan contro 10 dollari: l’economia della ricerca per agenti

Se si guarda al costo della singola interrogazione invece che alla dimensione dell’indice, il quadro cambia. Secondo la guida in cinese alle API di ricerca, le interfacce Search e Fetch costano ciascuna 5 yuan ogni 1.000 richieste andate a buon fine. Search serve a trovare le pagine, Fetch a recuperarne il contenuto. Sul fronte opposto, il listino ufficiale di OpenAI prevede 10 dollari per 1.000 chiamate di web search su tutti i suoi modelli. A questi si aggiungono i token del contenuto di ricerca, fatturati alle tariffe del modello usato. Il confronto diretto è approssimativo, perché le valute sono diverse e le strutture di costo non coincidono. La distanza di ordine di grandezza però è evidente: con DeepSeek si paga solo la richiesta riuscita, con OpenAI la chiamata più il testo che il modello deve elaborare.

C’è poi un elemento che pesa ancora di più nel breve periodo. La stessa guida precisa che le chiamate a Search e Fetch al momento non vengono addebitate. La tariffazione per singola chiamata partirà il 1° novembre 2026 alle 00:00 ora di Pechino, cioè nella serata del 31 ottobre in Italia. Fino ad allora sviluppatori e agenzie possono interrogare l’indice senza pagare nulla.

Anche il costo del modello sta scendendo. Secondo l’analisi pubblicata da The Decoder, nei task agentici V4.1-Flash-1017 raggiunge un punteggio massimo del 77.0% con un costo medio di poco inferiore a 0,20 dollari per task. Il predecessore si fermava al 74.2% e costava circa 0,50 dollari a esecuzione. Il risultato è migliore e costa meno della metà. Quando un agente può cercare, leggere e ragionare a questi prezzi, le interrogazioni a indici alternativi a Google sono destinate a moltiplicarsi. Resta da capire quanti agenti leggeranno il tuo sito senza mai passare da Google, e per quanto tempo questa apertura durerà.

Cosa fare prima del 1° novembre (e perché Pechino conta)

Per chi lavora sul traffico organico, la prima conseguenza riguarda il metodo. Gli indici AI-native vanno trattati come un canale di visibilità da monitorare, con regole e strumenti propri. Search Console non dice nulla su come una pagina viene trovata da DeepSeek Search, e oggi non esistono report equivalenti. La finestra gratuita è quindi il momento adatto per fare test diretti. Si possono lanciare le query su cui il sito si posiziona in Google e controllare se le proprie URL compaiono tra i risultati di Search. Poi conviene usare Fetch per vedere che cosa viene effettivamente recuperato del contenuto. Se una pagina appare in SERP ma non emerge qui, o viene letta in modo incompleto, è un segnale da approfondire. Va detto chiaramente che non esiste ancora una disciplina consolidata per ottimizzare questi indici. I test servono a capire la situazione, non a garantire risultati, e chi oggi vende formule sicure lo fa senza dati.

Poi c’è un fattore che nessuno può controllare. Nella stessa settimana in cui DeepSeek ha aperto la sua API di ricerca e pubblicato i pesi di V4.1-Flash-1017, The Decoder ha riportato che Pechino potrebbe rendere più rigide le regole sul rilascio di modelli open-weight, cioè con pesi scaricabili liberamente. Non è chiaro se l’ecosistema aperto di DeepSeek resterà tale. Non è chiaro nemmeno se un eventuale giro di vite riguarderebbe soltanto i pesi o anche l’accesso internazionale all’indice di ricerca. Chi costruisce flussi di lavoro o strumenti di monitoraggio su questa API deve mettere in conto anche questa incertezza.

Per chi ottimizza un sito, la conclusione operativa è che non si può più ragionare su un solo indice. Ha senso usare i giorni gratuiti prima del 1° novembre per verificare se e come le proprie pagine emergono quando un agente interroga DeepSeek. La visibilità organica si sta dividendo tra motori che gli utenti non vedono mai, e il tempo per capirlo a costo zero è di poco più di dieci giorni.