Il CPM medio scende a 4,42 dollari mentre lo spreco programmatico si concentra sui meno ottimizzati
Un costo per mille impressioni in calo è sempre una buona notizia, almeno in apparenza. Nei primi tre mesi del 2026 il CPM medio complessivo è sceso da 5,55 a 4,42 dollari. Eppure, proprio nello stesso trimestre, la distanza tra gli inserzionisti che generano valore reale e quelli che alimentano lo spreco ha toccato un massimo storico. È il paradosso contenuto nell’ultimo Programmatic Transparency Benchmark del Q1 2026, pubblicato dall’ANA lo scorso 27 maggio: un divario del 21,9% che non lascia spazio a interpretazioni morbide. Chi gestisce budget sa che un CPM più basso non equivale automaticamente a un CPA migliore. Il dato lo conferma con una precisione che fa male.
Il divario che spaventa (e il CPM che illude)
Il punto di partenza è una metrica concreta: la percentuale di spesa convertita in impressioni qualificate. Nel Q1 2026, gli inserzionisti top performer hanno portato il 54,0% della spesa programmatica a impressioni effettivamente visibili, viewable e in contesti editoriali idonei. È una quota che segna un miglioramento per chi ha già ottimizzato logiche di acquisto, inventory e creatività. Ma è il differenziale con la coda del mercato a raccontare la storia vera. Il benchmark misura un gap record di 21,9 punti percentuali tra il primo e l’ultimo quartile degli advertiser analizzati. In pratica, per ogni dollaro speso dai migliori, chi sta in fondo alla classifica ne butta una porzione significativa in inventory de-priorizzata o tecnicamente debole.
La lettura operativa per un media buyer è immediata. Il costo per mille impressioni è sceso, è vero, passando da 5,55 dollari nell’ultimo trimestre 2025 a 4,42 dollari. Ma quel risparmio nominale si distribuisce in modo asimmetrico. Se il tuo inventory mix è sbilanciato verso domini a bassa viewability o se le tue strategie di ottimizzazione non filtrano in modo aggressivo i segmenti spuri, il CPM più basso è semplicemente il prezzo di ingresso per un’asta dove l’impressione vale meno. Non stai comprando meglio: stai comprando di più ciò che non converte. Il dato sull’esposizione a inventory MFA — “Made for Advertising” — cresciuta all’1,1% nel primo trimestre 2026, rafforza questa lettura. L’aumento è contenuto in valore assoluto, ma indica una direzione: la quota di impressioni su siti progettati esclusivamente per catturare budget programmatico senza valore editoriale sta risalendo.
La grande bonifica: 26,8 miliardi di ragioni per ottimizzare
Per capire perché un gap del 21,9% non sia un episodio isolato ma la manifestazione più recente di una tendenza strutturale, basta guardare al recente passato del mercato. Già a metà 2025, l’ANA aveva quantificato lo spreco programmatico da 26,8 miliardi di dollari a livello globale. Una cifra che aveva acceso un riflettore impietoso sulle falle della supply chain: dalla proliferazione di domini MFA ai costi occulti della catena di intermediazione. Nei mesi successivi, l’industria ha reagito con una spinta all’efficientamento che ha prodotto risultati tangibili. Il benchmark ANA del terzo trimestre 2025 aveva già fotografato 13,6 miliardi di dollari di guadagni di efficienza nel Q3 2025 e una quota di working media salita al 47,1%. I buyer più attenti hanno iniziato a disinvestire dai segmenti opachi, a rinegoziare i contratti con le SSP e a implementare inclusion list più stringenti.
Ora, i dati del Q1 2026 mostrano che quel processo di pulizia ha consolidato i suoi benefici, ma in modo disomogeneo. I top performer hanno internalizzato le lezioni del 2025 e continuano a migliorare. La parte bassa del mercato, invece, resta esposta a dinamiche di prezzo che mascherano l’inefficienza. La forbice si allarga proprio perché il costo medio dell’impressione è calato: chi non ha affinato i criteri di qualificazione dell’inventory si ritrova a comprare più volume a basso costo, illudendosi di star facendo un affare mentre il ROAS effettivo si deteriora.
L’effetto collaterale: l’invasione dei siti AI slop
Proprio mentre i benchmark certificano i progressi di chi ottimizza, un nuovo fattore di rischio si insinua nella supply chain e minaccia di vanificare i guadagni faticosamente conquistati. Secondo dati di Deepsee.io, riportati da Digiday, nell’ultimo anno si è registrato un aumento del 717% di siti AI slop rilevati. Si tratta di domini generati in modo massiccio con contenuti prodotti da intelligenza artificiale, spesso privi di qualsiasi utilità per un lettore reale, ma perfettamente funzionali a intercettare budget pubblicitari automatici. Per un buyer, distinguere un sito AI slop da un publisher legittimo a basso traffico sta diventando un esercizio complesso. I filtri tradizionali basati su keyword e categorie non sempre intercettano queste nuove superfici, che si moltiplicano a una velocità impossibile da gestire con logiche manuali.
L’impatto potenziale è duplice. Da un lato, questi domini drenano budget che altrimenti finanzierebbe inventory di qualità, aumentando il costo opportunità per chi non aggiorna i propri sistemi di esclusione. Dall’altro, contribuiscono a drogare le metriche di reach e viewability di alcune campagne, creando l’illusione di performance positive che non si traducono in alcun risultato di business. L’aumento dell’esposizione a inventory MFA, già rilevato nel Q1 2026, potrebbe essere solo il primo sintomo di un fenomeno destinato ad accelerare se i meccanismi di rilevazione non evolvono di pari passo con le tecniche di generazione automatica dei contenuti. La combinazione di CPM in calo e inventory “slop” in crescita rischia di amplificare ulteriormente il divario tra chi ha già adottato soluzioni di pre-bid filtering avanzate e chi invece si affida ancora esclusivamente alle ottimizzazioni post-campagna.
Il benchmark non lascia scampo: o si misura la qualità dell’impressione prima di comprarla, con logiche che vadano oltre il semplice costo, o il CPM basso è solo la trappola più costosa nella storia della pubblicità digitale. La distanza del 21,9% tra il primo e l’ultimo quartile non è un dato accademico: è il prezzo che il mercato sta chiedendo a chi non adatta le proprie strategie di acquisto a una supply chain dove, ogni giorno, si aggiungono centinaia di domini progettati per assomigliare a inventory legit ma privi di qualsiasi valore per un advertiser. La prossima ondata di efficientamento non si giocherà sulla negoziazione del CPM, ma sulla capacità di identificare e scartare ciò che non merita nemmeno un centesimo di offerta.




