Il test britannico introduce metriche sulle impressioni generate dall’intelligenza artificiale
Immagina di scoprire che un tuo contenuto è finito dentro una risposta generata dall’intelligenza artificiale di Google, generando impressioni che non avevi mai visto e che nessun report ti aveva mai mostrato. Succede già a oltre 2,5 miliardi di utenti attivi ogni mese su AI Overviews — la funzionalità che riassume i risultati di ricerca direttamente nella SERP — mentre AI Mode ha superato il miliardo di utenti mensili. E ora, per la prima volta, Google ti dà la possibilità di saperlo davvero, con metriche e controlli dedicati. Peccato che, per il momento, sia tutto confinato a un sottoinsieme di proprietari di siti web nel Regno Unito. Lo scorso 3 giugno, infatti, Google ha annunciato l’inizio di un test che introduce in Search Console un nuovo controllo per gestire la presenza dei propri link e contenuti nelle funzionalità di ricerca AI generativa, insieme a insight inediti sulle impressioni e sulla distribuzione geografica delle pagine mostrate.
2,5 miliardi di utenti e un report che mancava
L’ordine di grandezza è il primo dato da incorniciare. AI Overviews non è più un esperimento di nicchia: con oltre 2,5 miliardi di utenti attivi mensili, è ormai una superficie di visibilità enorme, paragonabile a quella della ricerca tradizionale. A questa si aggiunge AI Mode, la modalità conversazionale che ha superato il miliardo di utenti mensili, allargando ulteriormente lo spazio in cui un contenuto può apparire (o scomparire) senza che il publisher ne abbia il minimo controllo analitico. Fino a oggi, chi lavora sul traffico organico poteva solo intuire se e come le proprie pagine finissero dentro una risposta AI. Il nuovo test annunciato da Google colma, almeno in parte, questa lacuna: i proprietari di siti che vi hanno accesso vedranno in Search Console metriche di impressioni generate dalle AI features e sapranno in quali paesi e per quali query i loro contenuti vengono utilizzati.
Ma perché Google concede proprio adesso questo tipo di visibilità? La risposta va cercata fuori dalla console, nell’ultimo anno e mezzo di tensione crescente tra la piattaforma e chi produce i contenuti che la alimentano. Il rollout limitato al Regno Unito — un test che al momento (fine luglio 2026) non ha ancora varcato i confini britannici — suggerisce prudenza. Google vuole rodare i nuovi meccanismi prima di estenderli a livello globale, ma intanto manda un segnale: i publisher hanno bisogno di strumenti per capire come vengono impiegati i loro asset editoriali.
L’altra faccia della SERP: perdite di traffico e la pressione degli editori
I numeri che circolano tra gli editori spiegano perché il passo di Google non sia un regalo, ma una risposta quasi obbligata. Secondo un’indagine di Digital Content Next (DCN) condotta ad agosto 2025, la maggioranza dei siti membri del consorzio — testate giornalistiche e piattaforme di intrattenimento — ha subito perdite di traffico da Google Search comprese tra l’1% e il 25%. Non si tratta di cali marginali: per chi vive di pubblicità e abbonamenti, un quarto del traffico referral perso in pochi mesi è una ferita profonda. E il sospetto è che gran parte di quel traffico venga assorbito proprio dalle risposte AI che riassumono le informazioni senza portare l’utente a cliccare sulla fonte.
Già a luglio 2025, Danielle Coffey, presidente di News/Media Alliance, aveva denunciato senza mezzi termini: «Google sta usando i nostri contenuti senza compenso, senza offrire un modo significativo per rinunciare senza scomparire dalla ricerca — e poi usa quegli stessi contenuti per competere con noi». L’accusa è pesante e colpisce il nodo centrale: finché l’unica alternativa per un editore è la rimozione totale dall’indice (e quindi la scomparsa dalla ricerca tradizionale), il consenso a essere presenti nelle AI features è un’opzione fittizia. Il test dei nuovi controlli in Search Console è anche un tentativo di Google di raffreddare queste tensioni, mostrando che un minimo di gestione è possibile, seppure all’interno del proprio ecosistema.
Nel frattempo, il panorama competitivo si muove. Mentre Google testa le sue concessioni, i concorrenti adottano approcci diversi. Il presidente di Vox Media ha pubblicamente approvato il modello di ChatGPT search di OpenAI, riconoscendone l’efficacia nel fornire attribuzione e portata di pubblico. Non è un dettaglio: in una fase in cui gli editori misurano ogni canale in base alla capacità di restituire visibilità e crediti concreti, l’endorsement di un gruppo editoriale come Vox Media indica che esiste un’alternativa percepita come più trasparente. Chi si occupa di SEO non può ignorare questo confronto: il modo in cui i contenuti vengono trattati nelle esperienze generative non è più un problema teorico, ma un fattore che incide sulle scelte di distribuzione e sulle partnership.
Se non sei nel Regno Unito: come prepararti oggi
Nel Regno Unito il test è partito. Tu, intanto, puoi solo guardare quel che fanno gli altri? Non esattamente. Anche se al momento la tua Search Console non mostra i nuovi report, ci sono mosse concrete che puoi iniziare a fare subito. La prima è un controllo approfondito delle pagine che hanno più probabilità di essere catturate da AI Overviews e AI Mode: contenuti strutturati, definizioni, guide step-by-step, FAQ ben formulate. Se queste pagine iniziano a perdere clic ma mantengono impressioni nella ricerca tradizionale, potrebbero già essere state risucchiate nell’AI senza che tu lo sappia. Incrocia i dati delle Search Console classiche con strumenti di rank tracking e monitora eventuali scostamenti anomali nel CTR.
La seconda mossa è preparare l’infrastruttura di tagging e categorizzazione interna. Quando i nuovi controlli arriveranno anche nel tuo paese, dovrai essere in grado di decidere rapidamente quali asset tenere dentro le AI features e quali no, o almeno di interpretare le metriche di impressioni paese per paese. Significa avere chiara la mappatura dei contenuti per cluster di valore commerciale e per zona geografica, così da non trovarsi a prendere decisioni alla cieca. Il rischio di trade-off è concreto: una visibilità elevata in una risposta AI potrebbe cannibalizzare il traffico diretto sul sito, ma rimuovere una pagina dalle AI features potrebbe peggiorare la sua performance complessiva nella ricerca. Google non ha ancora chiarito se e come il nuovo controllo influenzi il ranking organico classico; per questo il test UK va seguito con attenzione da fuori.
Infine, tieni d’occhio quello che succede fuori dall’ecosistema Google. L’esperienza di ChatGPT search, con un’impostazione che — stando all’apprezzamento di Vox Media — mette al centro l’attribuzione, può diventare un metro di paragone per capire cosa chiedere anche a Google quando il rollout si allargherà. Se gli editori internazionali continueranno a spingere per un modello più trasparente e i concorrenti offriranno condizioni migliori, Google potrebbe essere costretta a concedere più controllo di quanto non stia facendo ora con questo primo test. La domanda che resta aperta è se Mountain View manterrà il timone di tutto ciò che accade dentro la propria SERP, oppure se dovrà scendere a patti con un ecosistema più aperto, dove il publisher ha voce in capitolo su come i propri contenuti alimentano l’intelligenza artificiale.
Controlla oggi stesso la tua Search Console. Se non vedi ancora i nuovi report, non è un motivo per restare fermo: è solo questione di tempo prima che il test arrivi anche da te. E quando succederà, dovrai sapere esattamente quali pagine sono finite nell’AI, in quali paesi e, soprattutto, perché.




