Il free cash flow negativo e il debito a 125,1 miliardi mostrano il costo dell’accelerazione.
Chi lavora sul traffico organico dà quasi per scontato che Google sia, prima di tutto, un motore di ricerca che vive di SERP, le pagine dei risultati su cui passiamo le giornate. La trimestrale presentata mercoledì 28 ottobre complica parecchio questa idea. Secondo quanto illustrato nella conference call sui risultati del terzo trimestre, Google Cloud ha chiuso i tre mesi con ricavi per 30,7 miliardi di dollari, in crescita del 103% su base annua, e con un backlog, cioè contratti già firmati ma ancora da fatturare, di 561 miliardi. A qualche giorno di distanza, con i titoli trionfali ormai alle spalle, vale la pena rileggere quei numeri pensando al nostro mestiere.
Il motore che cresce più in fretta non è la ricerca
Il quadro complessivo è solido: Alphabet ha registrato ricavi consolidati per 127,6 miliardi di dollari, il 25% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, sia a cambi correnti che costanti. Ma il ritmo lo detta il Cloud. Il management ha attribuito la crescita a Google Cloud Platform (GCP), con un forte contributo dell’intelligenza artificiale, sia sul fronte dell’infrastruttura AI sia su quello delle soluzioni AI, oltre che dei servizi GCP di base. La maggior parte del backlog, è stato precisato, riguarda contratti GCP tipici.
Per misurare l’accelerazione basta tornare al trimestre precedente. Come ricostruito da il confronto di CRN tra AWS, Microsoft e Google Cloud, nel secondo trimestre 2026 Google Cloud era cresciuto dell’82% su base annua, passando da 13,6 a 24,8 miliardi di dollari, già allora il tasso di crescita più alto da anni, trainato da soluzioni e infrastrutture AI per le aziende e dai servizi core di GCP. Nel giro di tre mesi si è passati dall’82% a oltre il 100%. Sullo sfondo, quasi una nota di colore, Waymo: oltre 300 milioni di miglia percorse in modalità completamente autonoma e servizio attivo in 15 grandi città statunitensi. Una crescita di questo tipo, però, non arriva gratis. La domanda è chi la stia pagando, e quanto.
Ricavi record, cassa in rosso
Qui entrano i numeri che non finiscono nei titoli. Secondo l’analisi dei conti pubblicata da CNBC, Alphabet ha riportato un free cash flow negativo di 9,07 miliardi di dollari. Il free cash flow è la cassa che resta dopo aver pagato operatività e investimenti, e gli analisti si aspettavano un rosso di 2,70 miliardi: il dato reale è più di tre volte peggiore. Nello stesso periodo il debito a lungo termine è salito a 125,1 miliardi di dollari, contro i 21,6 di un anno prima, un aumento di circa il 479%.
Non è un incidente di percorso, è una scelta dichiarata. La guidance sul CapEx, ossia la spesa in conto capitale per data center, server e chip, è stata confermata nella fascia tra 195 e 205 miliardi di dollari per l’intero 2026. In altre parole, Google sta finanziando a debito una costruzione di infrastruttura di dimensioni mai viste, e i suoi TPU, i processori sviluppati in casa per i carichi di lavoro AI, sono parte di quella spesa. Da una parte quindi ricavi Cloud raddoppiati e un portafoglio ordini enorme, dall’altra cassa negativa e passività quasi sestuplicate.
Il motivo di tanta aggressività si legge nei dati competitivi del secondo trimestre. Sempre secondo CRN, Google Cloud ha toccato la quota di mercato più alta della sua storia, il 15% del mercato globale dei servizi di infrastruttura cloud. AWS resta leader con il 28%, ma in calo di due punti rispetto al 30% di un anno prima, mentre Microsoft è rimasta stabile al 20%. Google è ancora terza, ma è l’unica delle tre a guadagnare terreno in modo netto, e sta accettando di indebitarsi pesantemente per continuare a farlo. Ed è qui che la questione smette di essere finanza e diventa lavoro quotidiano: se Google mette centinaia di miliardi su TPU, Cloud e Gemini, cosa significa per chi dipende dal traffico organico?
Cosa ne fa un SEO domani mattina
Un dato rende concreta la risposta. Secondo l’annuncio pubblicato sul blog ufficiale di Google, più di 1 miliardo di persone usa ogni mese l’app Gemini. Non è una funzione sperimentale relegata a un’etichetta “beta”: è un’interfaccia con una scala da prodotto principale, alimentata proprio dall’infrastruttura su cui Alphabet sta concentrando soldi e debito.
Questo non autorizza nessuno a prevedere update specifici o a vendere formule magiche per “comparire in Gemini”. Quello che la trimestrale dice è dove va il capitale, e il capitale va verso l’AI. Per chi gestisce siti e strategie di contenuto le conseguenze pratiche sono tre. Primo, la reportistica: se misurate solo posizioni e CTR (il tasso di clic sui risultati) nella SERP classica, state guardando una parte sempre più parziale dell’esposizione di un brand; vale la pena iniziare a verificare in modo sistematico se e come il vostro sito viene citato nelle risposte generate dall’AI. Secondo, i contenuti: pagine chiare, ben strutturate, con informazioni verificabili e attribuite, sono più facili da interpretare tanto per un crawler quanto per un modello linguistico. Terzo, il rischio: spostare risorse dalla ricerca tradizionale all’AI troppo presto ha un costo, perché il traffico organico classico oggi paga ancora le bollette di molti progetti. Il compromesso sensato è affiancare, non sostituire.
Il compito per domani mattina è semplice da formulare: smettere di trattare la ricerca come l’unica superficie che conta. Aprite il piano editoriale del prossimo trimestre e chiedetevi quante delle vostre priorità tengono conto di un’interfaccia che un miliardo di persone usa ogni mese. Google sta spostando soldi, debito e attenzione verso l’AI; una strategia di contenuti che ignora Gemini sta ottimizzando per la Google di ieri.




