Le nuove campagne Performance Max useranno le immagini delle landing page per impostazione predefinita, anche se l’interruttore dell’account è spento
«Ho disattivato le Dynamic images nell’account, quindi sono coperto». È una convinzione diffusa tra advertiser e tra chi gestisce le landing page, e dal 4 dicembre 2026 smetterà di valere per le nuove campagne Performance Max (PMax), il formato di Google Ads che distribuisce gli annunci in modo automatizzato su più canali. Come spiegato ieri nel blog ufficiale degli sviluppatori Google Ads, da quella data l’estrazione delle immagini, identificata nell’API dal valore GENERATE_IMAGE_EXTRACTION, sarà impostata per default su OPTED_IN per ogni nuova campagna PMax. È un dettaglio tecnico in apparenza minore, ma cambia la logica di controllo. Restano circa sei settimane per adeguarsi.
L’interruttore che non comanda più
Finora il meccanismo era semplice. Come ricorda la pagina di supporto di Google Ads, l’estrazione delle immagini dalle pagine di destinazione per le nuove campagne Performance Max dipendeva dall’impostazione a livello di account chiamata “Dynamic images”. Se l’interruttore era spento, le nuove campagne lo ereditavano e il sito restava fuori dal processo.
Dal 4 dicembre il riferimento si sposta. Tutte le nuove campagne PMax verranno create con le immagini della landing page abilitate per impostazione predefinita, e Google precisa che il nuovo default a livello di campagna si applica anche se le Dynamic Image Extensions sono disattivate nell’account (nell’API, il campo isImageExtractionAdExtensionEnabled). In sintesi, come scrive l’analisi pubblicata da PPC Land, le nuove campagne ignoreranno l’interruttore dell’account e inizieranno a prelevare immagini, a meno che a ciascuna non venga detto esplicitamente di non farlo. Il controllo passa dall’account alla singola campagna. Per chi crea campagne via API (Application Programming Interface, cioè tramite script e integrazioni anziché dall’interfaccia) o con operazioni in blocco, questo significa un parametro in più da gestire ogni volta.
Dove si nasconde il rischio operativo
Conviene capire cosa fa davvero la funzione. Con l’estrazione attiva, l’AI di Google analizza le landing page indicate nella campagna alla ricerca di immagini ad alta risoluzione, con cui arricchire gli asset creativi ed estendere la copertura su Search, YouTube, Display, Discover, Gmail e Maps. In pratica, qualsiasi immagine abbastanza definita presente in pagina può finire in un annuncio, accanto a testi e formati che l’advertiser non ha costruito pensando a quella foto.
Il primo elemento da considerare riguarda il perimetro. Le campagne Performance Max esistenti manterranno le configurazioni attuali, quindi chi controlla solo l’account oggi non vedrà nulla di diverso. Il cambiamento si manifesterà alla prima nuova campagna lanciata dopo il 4 dicembre, magari creata da un collega, da un template o da uno script scritto mesi fa. È proprio la stabilità delle campagne attive a rendere il problema poco visibile.
Il secondo elemento è più tecnico e colpisce anche chi crede di aver già sistemato tutto. Google avverte che, quando si aggiorna una campagna, fornire nuove impostazioni sostituisce l’intero array asset_automation_settings invece di unirlo ai valori già presenti. Se uno script modifica una singola voce di automazione degli asset e passa solo quella, le altre non vengono conservate: l’array inviato prende il posto di quello precedente. Chi interviene su un’impostazione diversa senza includere anche quella relativa all’estrazione delle immagini rischia di perdere la configurazione che aveva scelto. Resta poi una domanda che nessuna impostazione risolve: quali immagini delle proprie landing page sono davvero adatte a diventare creatività pubblicitarie?
Le landing page diventano asset creativi
Qui la questione esce dal pannello di Google Ads e arriva a chi costruisce e ottimizza i siti. Se l’AI di Google pesca dalle pagine di destinazione, ogni immagine ad alta risoluzione pubblicata diventa potenzialmente materiale pubblicitario. Hero image pensate per il layout desktop, foto di repertorio inserite per spezzare il testo, banner promozionali scaduti, immagini di prodotto con sfondi poco curati: quante di queste reggerebbero fuori contesto, dentro un annuncio su YouTube o su Discover?
Il trade-off va detto chiaramente. Lasciare attiva l’estrazione può ampliare il materiale creativo a disposizione delle campagne e la loro diffusione sui vari canali, secondo quanto dichiara Google. Il prezzo è cedere una parte del controllo su ciò che viene mostrato agli utenti. Chi non vuole correre questo rischio dovrà impostare esplicitamente OPTED_OUT su ogni nuova campagna, perché l’impostazione dell’account non lo farà più al suo posto.
Prima del 4 dicembre servono quindi due verifiche. La prima riguarda gli strumenti di creazione: template delle nuove PMax, script e integrazioni API, ricordando che l’array asset_automation_settings va sempre passato completo, con il valore desiderato per GENERATE_IMAGE_EXTRACTION. La seconda riguarda il sito: aprire le landing page usate nelle campagne e guardarle come le guarderà l’AI di Google, chiedendosi immagine per immagine se si sarebbe disposti a vederla in un annuncio.




