Nel 2025 l’azienda ha sospeso anche 24,9 milioni di account, ma solo una parte dei blocchi riguarda le truffe

Chi gestisce campagne conosce bene questa scena. La creatività è approvata internamente, il budget è allocato, il calendario di lancio è fissato. Poi l’annuncio resta “in revisione” più del previsto, oppure viene respinto senza che sia chiaro se qualcuno l’abbia davvero guardato. Non è un caso isolato, ma il funzionamento ordinario di un sistema che, come spiegano le norme pubblicitarie di Google Ads, combina intelligenza artificiale e valutazione umana per verificare che ogni annuncio rispetti le policy. Il punto, per chi lavora pulito, è che passa dallo stesso imbuto dei truffatori.

Il filtro da 8,3 miliardi: quanto è stretto l’imbuto

La campagna ferma in revisione è una goccia in un oceano. Secondo il report Ads Safety 2025 di Google, nel corso del 2025 l’azienda ha bloccato o rimosso oltre 8,3 miliardi di annunci e sospeso 24,9 milioni di account. Letti come benchmark, questi numeri dicono una cosa precisa a chi pianifica la spesa: la severità del filtro non è un’eccezione, è la norma.

Il dato più interessante, però, è la scomposizione. Di quegli 8,3 miliardi, 602 milioni di annunci erano associati a truffe, così come 4 milioni dei 24,9 milioni di account sospesi. Le truffe, in altre parole, valgono una quota minoritaria del totale. Il resto dei blocchi riguarda violazioni di policy di altro tipo: contenuti non conformi, categorie regolamentate, requisiti non rispettati. Quanti inserzionisti legittimi finiscano in quella rete, il report non lo dice. Ma la proporzione basta a capire che il filtro non lavora solo contro i malintenzionati.

Algoritmi addestrati sugli umani, umani riservati ai casi difficili

Per capire chi viene fermato bisogna guardare come è costruita la macchina: chi decide, e in quale momento. Google spiega che le sue tecnologie di enforcement si basano su un’IA modellata sulle decisioni dei revisori umani. In pratica, l’algoritmo è stato addestrato a replicare i giudizi che un revisore avrebbe dato, e su quella base esegue il primo controllo su volumi che nessun team umano potrebbe gestire. I casi più complessi, sfumati o gravi, precisa la documentazione, vengono “spesso” esaminati da esperti appositamente formati. L’avverbio conta: la revisione umana è un secondo livello, non una garanzia.

Il risultato rivendicato da Google è che i suoi sistemi hanno intercettato oltre il 99% degli annunci in violazione prima che venissero pubblicati. Dal punto di vista della sicurezza degli utenti è un dato solido, e l’azienda dichiara di continuare a far evolvere le proprie difese per restare un passo avanti anche agli schemi più sofisticati. Dal punto di vista dell’inserzionista, però, significa che la decisione si sposta quasi interamente a monte, prima della messa in onda, e che a prendere la prima decisione è una macchina. Se il modello sbaglia, l’annuncio non parte, e il media buyer se ne accorge quando la campagna non sta già spendendo.

Non è una peculiarità di Mountain View. Meta, nelle sue linee guida sugli standard pubblicitari, dichiara che il proprio sistema di revisione si affida principalmente a strumenti automatici per controllare annunci e asset aziendali rispetto alle policy. La revisione parte in automatico prima che gli annunci vengano pubblicati e di norma si chiude entro 24 ore, anche se in alcuni casi può richiedere più tempo. La tendenza è quindi di settore: automazione come prima linea, intervento umano come eccezione. Il trade-off va detto chiaramente: velocità e scala per le piattaforme, un margine di errore della macchina il cui costo ricade sull’account dell’inserzionista.

Tre strike e sei fuori: il costo che non compare nel media plan

Quel costo diventa molto concreto con il sistema di strike di Google Ads, che applica penalità progressive. Al primo strike scatta una sospensione temporanea dell’account di 3 giorni, al secondo di 7 giorni. Il terzo strike porta alla sospensione dell’account. Per chi lavora in flighting, cioè concentrando la spesa in finestre temporali precise, una sospensione non è un fastidio amministrativo:
è una finestra di vendita persa, con i competitor che nel frattempo restano in asta.

A questo si sommano i vincoli delle categorie regolamentate. Google Ads vieta la vendita o la promozione di beni contraffatti, e chi opera in settori vicini a quel confine, come moda, accessori o ricambi, deve presidiare con attenzione catalogo e copy. Gli annunci di gioco d’azzardo, invece, sono consentiti solo se l’inserzionista ha ottenuto l’apposita certificazione Google Ads, se puntano a paesi approvati, se la landing page mostra informazioni sul gioco responsabile e se non targetizzano mai i minori. Sono requisiti che si soddisfano prima del lancio, non mentre la campagna è ferma.

Tre giorni di stop a metà mese possono sembrare poco. Sette giorni nella settimana del picco stagionale sono un’altra storia, e vale la pena fare il conto su numeri propri prima che succeda.

La conclusione per chi alloca budget è che la compliance su Google Ads non è più un passaggio burocratico, ma una voce di pianificazione. Significa prevedere margini per i tempi di revisione nel calendario di lancio, ottenere in anticipo le certificazioni richieste, verificare con cura gli annunci nelle categorie sensibili ed evitare di accumulare strike. Una settimana di stop nel momento sbagliato costa più di qualsiasi ottimizzazione del CPC, il costo per clic, si riesca a ottenere nel resto dell’anno.