Secondo l’accusa, la piattaforma avrebbe tracciato i minori sui profili Kids nonostante le promesse di uno spazio senza pubblicità
Ieri, 9 settembre 2026, il procuratore generale della Florida James Uthmeier ha depositato una causa contro Netflix: secondo l’accusa, la società avrebbe trascorso anni a promettere alle famiglie della Florida un servizio a pagamento senza pubblicità e senza raccolta o vendita di dati, salvo poi tracciare i bambini sui profili Kids e lanciare l’attività pubblicitaria che aveva promesso di non creare mai. È il paradosso al centro dell’azione legale: un’offerta che sembra perfetta per proteggere i minori, ma che secondo la procura ha trasformato i profili dei bambini in una miniera di dati comportamentali.
Il paradosso del profilo “senza pubblicità” che nutre la pubblicità
L’impianto dell’accusa smonta la promessa commerciale di Netflix. La denuncia sostiene che la piattaforma registra miliardi di eventi comportamentali: quali dispositivi usano i floridiani e i loro figli, dove si trovano quando li usano e quali contenuti guardano, mettono in pausa, riavvolgono, cercano, saltano e abbandonano. Queste informazioni, sempre secondo l’accusa, vengono utilizzate per addestrare algoritmi e alimentare la pubblicità.
La promessa era diversa. Netflix commercializza i profili per bambini come uno spazio sicuro per i minori di 12 anni e dice ai genitori di non fare pubblicità comportamentale sui profili Kids. Ma per la procura questa rassicurazione è una mezza verità: Netflix continua a raccogliere e analizzare il comportamento di visione dei bambini attraverso gli stessi sistemi usati per gli adulti. In più, già nel novembre 2022, dopo il lancio della pubblicità, Netflix avrebbe aperto i dati dei floridiani a broker commerciali e piattaforme pubblicitarie, permettendo agli inserzionisti di targettizzare per fase di vita, reddito e composizione del nucleo familiare, senza ottenere il consenso richiesto dalla legge della Florida. La causa contesta anche la violazione del Florida Deceptive and Unfair Trade Practices Act e del Florida Digital Bill of Rights, inclusa la vendita di dati personali sensibili raccolti da minori conosciuti senza consenso preventivo.
Per chi lavora ogni giorno con dati comportamentali e conversioni, il punto è netto: non è il tracciamento in sé a essere in discussione, ma la distanza tra ciò che un’azienda dichiara e ciò che effettivamente fa. In termini di metodo, è lo stesso problema che chiunque progetti test conosce bene: senza un consenso reale, i dati raccontano una storia falsata. E qui la distanza, secondo la procura, è misurabile in miliardi di eventi.
Il prezzo della fiducia tradita
Ma quanto vale davvero questa promessa infranta? I numeri aiutano a dare scala. Già a gennaio 2026, secondo quanto dichiarato da Netflix, i ricavi pubblicitari del 2025 hanno superato 1,5 miliardi di dollari, circa il 3% dei ricavi totali dell’anno, con attese di raddoppio per quest’anno. Il procuratore generale della Florida chiede esplicitamente miliardi di dollari di danni: la posta in gioco, insomma, non è simbolica.
L’azione rientra in un quadro più ampio. La Florida è emersa come uno degli stati repubblicani più aggressivi contro le Big Tech, soprattutto nell’era dell’intelligenza artificiale. Quest’anno Uthmeier ha già citato in giudizio OpenAI e TikTok e ha tenuto la Florida fuori dall’accordo con Meta. Nei giorni scorsi, anche il procuratore generale del Texas Ken Paxton ha annunciato che lo stato sta citando in giudizio Netflix per presunta raccolta e condivisione dei dati degli abbonati con inserzionisti e data broker senza consenso. Il fronte legale, quindi, non è isolato: è una pressione coordinata su un modello di business che promette controllo e poi monetizza i dati.
Eppure, dietro i miliardi, resta una questione più sottile: cosa conta davvero come consenso e come tracciamento.
Cosa dovrà misurare il tribunale
Il punto non è solo il danno economico: c’è una zona grigia normativa che la causa potrebbe contribuire a chiarire. Secondo un’analisi di Common Sense Media, i livelli a pagamento “senza pubblicità” come quello di Netflix tracciano comunque gli utenti per la pubblicità. Se anche i piani premium conservano una funzione di targeting, il tribunale dovrà definire cosa significhi davvero consenso e protezione dei minori, e se la promessa di uno spazio sicuro per i bambini possa convivere con la raccolta e l’analisi dei loro comportamenti di visione. Riuscirà la legge a misurare ciò che Netflix ha sempre sostenuto di non fare?
La causa contro Netflix non è solo una questione di miliardi: è un test su cosa significhi davvero consenso, protezione dei minori e trasparenza in un modello in cui anche i livelli a pagamento “senza pubblicità” tracciano gli utenti. Il dubbio resta: riuscirà la legge a misurare l’inganno?




