Il 20% delle richieste che dichiarano Googlebot arriva da IP non riconducibili a Google
Chi gestisce campagne a pagamento lo sa bene: quando una piattaforma cambia modello di attribuzione, il costo per acquisizione (CPA) si impenna e la prima verifica è sui click non validi. Nel traffico organico questo filtro spesso non esiste.
Eppure anche la SEO ha il suo click fraud.
Il glossario di la guida alla visibilità AI definisce lo spoofing di user-agent come traffico che dichiara di essere un crawler noto senza esserlo. Circa il 14% degli annunci in ChatGPT non ha alcuna pertinenza con la query, secondo l’analisi sull’AI mania. Sono due facce della stessa questione: misuri un canale senza separare il traffico valido da quello inquinato.
1 richiesta su 5 che dichiara Googlebot non arriva da Google.
Un link su cinque non è Google
Secondo l’analisi dei log per la SEO, circa il 20% delle richieste che dichiarano Googlebot non sono realmente di Google. Non è un errore di reportistica: è traffico che si presenta con lo user-agent di Google ma arriva da IP diversi.
La verifica dell’identità di Googlebot non si fa sulla stringa dello user-agent ma su DNS inverso e forward confirm, come documentato da Google stesso e ripreso in la verifica dell’identità del bot. Google pubblica i file JSON degli intervalli IP in fonti come googlebot.json, special-crawlers e user-triggered-fetchers. Un controllo manuale su un IP di Googlebot rende il metodo concreto: host 66.249.66.1 risolve a crawl-66-249-66-1.googlebot.com e il forward confirm restituisce lo stesso IP.
Le classi di verifica dei bot si riducono a tre: VERIFIED, SPOOFED e NON VERIFICABILE. Serve però non confondere SPOOFED con gli errori DNS temporanei come timeout o SERVFAIL.
Bloccare per user-agent è un errore da budget
Il consiglio operativo è secco: non basare il blocco dei bot cattivi solo sull’user-agent, perché si rischia di escludere il vero Googlebot. La categorizzazione dei bot separa motori di ricerca, AI training, AI agent, scraping, tool SEO, browser/generici. E il traffico di scanner e brute-force (sonde) va taggato ed escluso di default dall’analisi SEO.
La verifica IP per IP cambia l’allocazione del budget
Per chi pianifica budget, la conseguenza è una sola: il traffico organico non può essere ottimizzato alla cieca. Se un report conterrà il 20% di richieste falsamente attribuite a Googlebot, qualsiasi stima di copertura o performance SEO è drogata. Il controllo IP per IP diventa una voce di lavoro da mettere in piano, non un tecnicismo da sistemisti.




