La novità, nata nel Regno Unito, arriva mentre l’autorità preme per dare più controllo agli editori.
A giugno, nella Search Console di alcuni siti britannici è comparso un controllo che fino a poco fa non esisteva: “Search generative AI”. Tre mesi dopo, per chi lavora sul traffico organico non è più una notizia da agenzia: è una decisione editoriale da prendere. Google sta dicendo che la presenza negli AI Overviews — i riquadri con risposte generate dall’intelligenza artificiale che compaiono sopra i risultati classici — è una superficie separata, e che puoi spegnerla senza toccare il posizionamento nella ricerca classica. L’azienda lo ha annunciato il 3 giugno in un post sul blog ufficiale di Google, in cui spiegava di aver iniziato a testare un nuovo controllo che consente ai proprietari di siti web di gestire come i loro link e contenuti appaiono nelle funzionalità generative di AI nella Ricerca, con un’implementazione iniziale limitata a un sottoinsieme di siti nel Regno Unito.
Un interruttore che separa due SERP
Per capire perché questo controllo è diverso bastano i numeri. Stando al blog di Google, AI Overviews ha superato i 2,5 miliardi di utenti attivi mensili, mentre AI Mode ha oltrepassato il miliardo di utenti mensili. Parliamo di superfici che intercettano una fetta enorme della domanda informativa prima ancora che l’utente scorra la SERP classica — la pagina tradizionale dei risultati di un motore di ricerca, quella con i link blu. Non c’è più una sola pagina di risultati da presidiare: ce ne sono almeno due, e la prima spesso non è più quella che conoscevamo.
Il controllo, che Google chiama appunto “Search generative AI”, consente di gestire l’aspetto di link e contenuti nelle funzionalità generative; in parallelo l’azienda sta iniziando a mostrare in Search Console nuove informazioni sull’aspetto delle pagine in queste superfici. Il paradosso è tutto qui: si può uscire dagli AI Overviews senza penalizzare il posizionamento classico. La pagina di supporto di Google lo chiarisce in modo netto: questo controllo non viene usato come segnale di ranking o inclusione che influisca sulle altre parti della Ricerca. Per ora, comunque, l’implementazione riguarda soltanto un sottoinsieme di proprietari di siti nel Regno Unito: se non vedi ancora il controllo nel tuo account, è normale.
Resta la domanda: perché Google fa partire il test proprio dal Regno Unito? La sequenza degli eventi suggerisce una lettura che va oltre la tecnica.
Il contesto: la CMA e l’illusione dell’opt-out
La risposta arriva da Londra. La Competition and Markets Authority (CMA), l’autorità britannica per la concorrenza, ha annunciato — come riportato a giugno dalla BBC — che gli editori online del Regno Unito possono scegliere di non comparire negli AI Overviews dei risultati di ricerca di Google. In questo quadro, il controllo in Search Console non è solo una funzionalità tecnica: è il punto d’incontro tra una piattaforma globale e un regolatore nazionale. E solleva la questione che conta per chi fa SEO: se l’opt-out non tocca il ranking classico — come aveva già confermato l’articolo di TechCrunch — qual è il prezzo reale di uscire dagli AI Overviews?
Cosa fare domani mattina
Il problema, per chi ottimizza un sito, non è tecnico: è strategico. Per la prima volta nell’ecosistema Google, la scelta di presidiare o meno le superfici generative sta nelle mani di chi gestisce il sito, non solo dell’algoritmo. Il confronto con OpenAI aiuta a capire la portata della differenza. La documentazione di OpenAI dedicata ai bot spiega che l’azienda utilizza i tag robots.txt OAI-SearchBot e GPTBot per consentire ai webmaster di gestire il modo in cui i loro siti e contenuti interagiscono con l’intelligenza artificiale.
Tradotto in pratica: un webmaster può autorizzare OAI-SearchBot per comparire nei risultati di ricerca di ChatGPT e, allo stesso tempo, bloccare GPTBot per indicare che i contenuti non devono essere usati per l’addestramento dei modelli generativi di OpenAI. La separazione è esplicita: comparsa nei risultati da una parte, addestramento dei modelli dall’altra. Google, invece, porta il controllo dentro Search Console e lo lega alle sole funzionalità generative della Ricerca, lasciando fuori — almeno in questa fase — la questione dell’addestramento. Non è una differenza da poco, perché determina quale leva hai davvero in mano: con OpenAI agisci a livello di crawl, con Google a livello di superficie di visibilità.
La domanda da farsi domani mattina, prima di toccare qualsiasi impostazione, è una sola: quanto vale per te comparire in una risposta generata? La risposta determina se il traffico AI è un costo o un’opportunità.
Il ranking classico non basta più: chi ignora le superfici generative sceglie, di fatto, di non essere visto dove la ricerca sta andando. Perché ora la scelta è tua.




