Il dataset esiste dal marzo 2024, ma l’accesso arriverà a settembre 2026, con campioni da novembre.
Un miliardo di query distinte in tutti i 30 Paesi SEE. Sembra il dataset che ogni motore di ricerca terzo sogna. Eppure, fin dal marzo 2024, quando Google ha reso disponibile ai destinatari idonei il dataset di ricerca pertinente con dati anonimizzati, la Commissione europea non l’ha mai considerato sufficiente. Tra sedici giorni, il 17 settembre 2026, Google dovrà consegnare l’accordo di licenza ai richiedenti. Ma se i dati sono già lì da oltre due anni, perché la conformità all’articolo 6(11) del Digital Markets Act è ancora un punto interrogativo?
Un miliardo di query non è abbastanza
La cronologia aiuta a capire il paradosso. Già il 6 settembre 2023 la Commissione Europea aveva designato Google come gatekeeper ai sensi del Digital Markets Act. La risposta dell’azienda è arrivata nel marzo 2024 con un programma di licenza per dataset di ricerca europei che, secondo quanto riportato, comprende oltre un miliardo di query distinte in tutti i 30 Paesi SEE. Un volume che, sulla carta, sembrerebbe rispondere a qualsiasi esigenza di un concorrente.
Eppure, lo scorso gennaio — precisamente il 27 gennaio 2026 — la Commissione europea ha avviato un procedimento relativo all’obbligo di Google di concedere a fornitori terzi l’accesso a dati anonimizzati di ranking, query, click e visualizzazioni di Google Search a condizioni FRAND (fair, reasonable and non-discriminatory). Nel merito, la Commissione ha ritenuto insufficiente il programma che Google aveva lanciato nel marzo 2024. Il volume dei dati, in altre parole, non è mai stato il vero nodo della contesa.
Le chiavi arrivano dopo: licenza e campioni
Se il volume non è il problema, allora la tensione sta altrove: nelle condizioni di accesso e nella tempistica. L’annuncio ufficiale del programma indica che Google fornirà l’accordo di licenza ai richiedenti idonei a partire dal 17 settembre 2026, tra sedici giorni. I campioni di dati, invece, saranno disponibili soltanto dal 16 novembre 2026, tra poco più di due mesi. Il contrasto è netto: il dataset esiste dal marzo 2024, ma le condizioni concrete per usare quei contenuti arrivano con oltre due anni di distanza.
Nel frattempo, come documentato dall’ITIF, lo scorso 27 gennaio la Commissione europea ha avviato un procedimento di specificazione per chiarire come Google dovrebbe conformarsi all’articolo 6(11) del DMA. Non si tratta di una sanzione immediata, ma di un tentativo di definire cosa significhi, nel concreto, rispettare l’obbligo di condivisione dei dati di ricerca. Google sembra aprire una porta; la tempistica, però, lascia spazio a un dubbio legittimo: basterà a soddisfare Bruxelles?
Cosa andrebbe testato dopo
Qui la questione si fa più nitida. Ciò che la Commissione ha messo in discussione non è la quantità di query, ma la struttura delle condizioni alle quali quei dati vengono offerti. Il parametro di riferimento resta l’articolo 6(11) del DMA: l’accesso deve avvenire a condizioni eque, ragionevoli e non discriminatorie. La vera incognita non è se Google consegnerà i dati, ma se un motore di ricerca terzo potrà usarli per costruire ranking e generare click utili. È la differenza tra avere un dataset e poterci lavorare davvero.
C’è anche una voce più critica nel panorama. DuckDuckGo, attraverso la sua piattaforma di investigazione sul DMA, sostiene che Google stia adottando un approccio di conformità malevola, aderendo selettivamente ad alcuni obblighi e ignorandone del tutto altri. È una lettura dura, ma coerente con il paradosso centrale: un dataset da un miliardo di query può essere presentato come conformità e, allo stesso tempo, risultare nei fatti inutilizzabile per chi vuole competere davvero.
Il procedimento di specificazione avviato lo scorso gennaio serve proprio a chiarire cosa, esattamente, debba ancora essere dimostrato. Ma la domanda resta aperta: un dataset concesso a settembre 2026 e campioni disponibili da novembre potrà mai trasformarsi in ranking e click utili per un concorrente? La risposta, come in ogni buon test, non arriverà contando i numeri, ma osservando cosa succede quando quei dati vengono effettivamente utilizzati.




