Rimozione PDF con redirect e test Gemini: modifiche strutturali alla piattaforma.
Se le impressioni organiche dei tuoi PDF sono crollate a metà agosto senza che tu abbia toccato nulla, non è un bug del tracking: Google li ha tolti dall’indice. E mentre cerchi di capire cosa è successo, la SERP cambia di nuovo sotto i tuoi report: i link diretti diventano redirect, Bing copia il nome AI Overviews e Google Ads testa Gemini per i risultati sponsorizzati. Nel riepilogo pubblicato ieri da Search Engine Roundtable si vede il quadro completo.
Il crollo dei PDF che nessuno ha annunciato
Nessun annuncio ufficiale ha preparato i team, ma i report parlano chiaro. A partire da metà agosto, i PDF sono scomparsi dall’indice di Google, causando un calo delle impressioni in Search Console per alcuni siti. Per chi gestisce campagne e monitora asset scaricabili — white paper, listini, schede tecniche, materiale per la lead generation — questo si traduce in una domanda immediata: quanti dei segnali che leggiamo nei report sono ancora reali?
La scomparsa non ha riguardato un formato di nicchia: i PDF sono tra gli asset più usati per il supporto alle conversioni assistite e per il contenuto informativo che alimenta il funnel. Un calo delle impressioni in Search Console è il primo indicatore che il traffico di riferimento da quei file si sta azzerando. Ma questo crollo è solo un sintomo: dietro ci sono modifiche strutturali alla SERP che arrivano dall’alto.
Redirect, AI Overviews e Gemini: la piattaforma cambia le regole
Il crollo dei PDF non è isolato: è parte di una serie di mosse che ridisegnano la SERP e il modo in cui gli annunci vengono caricati. Google sta sostituendo i link diretti con link di reindirizzamento go-to URL nei risultati di ricerca per proteggere dagli abusi. Già il 23 giugno 2026 il parametro GoTo di Google era stato avvistato per la prima volta da Alex Greenland, e in questi giorni Google ha confermato il lancio degli URL passthrough google.com/goto nei risultati di ricerca. Per chi lavora sui link diretti — referral, affiliazioni, parametri UTM — questa modifica cambia ciò che si misura: il click non parte più dal dominio di destinazione ma passa attraverso un redirect di Google.
Sul versante della concorrenza, Microsoft sta testando di rinominare la casella di risposta AI di Copilot Search in cima ai risultati di Bing in “AI Overviews”, lo stesso nome usato da Google per i suoi risultati AI. Il logo Copilot resta accanto alla casella, ma il tentativo è quello di usare il nome “AI Overview” invece di “Copilot Search”. Per chi pianifica, questo significa una sola cosa: le metriche sugli snippet AI dovranno essere confrontabili tra i due motori, non più separate.
E su Google Ads la novità più rilevante: la piattaforma sta testando il caricamento dei risultati sponsorizzati utilizzando Gemini. Non è un dettaglio tecnico: se Gemini genera o carica i risultati sponsorizzati, il controllo di chi pianifica si sposta ancora più a monte, verso modelli che ottimizzano in base a segnali non leggibili nei report tradizionali. Il rischio è di continuare a leggere impressioni e click senza capire come vengono generati. Sul fronte degli asset, Google Merchant Center ha aumentato la dimensione minima per le immagini dei prodotti a 500×500 pixel: chi gestisce un catalogo su Merchant Center deve rivedere gli asset grafici, perché le immagini sotto quella soglia non rispetteranno più i requisiti. E Google ha aggiornato i documenti di aiuto sui favicon per elencare i formati supportati, tra cui BMP, GIF, ICO, PNG, JPEG, PPM e TIFF.
Cosa fare con i budget (e cosa smettere di misurare)
Di fronte a questi cambiamenti, la reazione immediata di molti campaign manager è continuare a guardare i vecchi report. Ma se i PDF non sono più indicizzati, le impressioni che misuriamo su quegli asset non valgono più nulla. Se i link diretti diventano redirect, il parametro di origine può cambiare e i modelli di attribuzione basati su referral vanno rivisti. Se Gemini carica i risultati sponsorizzati, le metriche classiche di posizione media o quota impressioni potrebbero non riflettere più il controllo reale che ha l’inserzionista.
La domanda non è più “cosa è cambiato”, ma “quali metriche sono ancora affidabili”. Per chi pianifica, questo si traduce in tre mosse concrete. Primo: rivedere il tracking dei link, mappando quali URL di destinazione passano per redirect e come questo altera i parametri di tracciamento. Secondo: monitorare i nuovi formati, perché la casella AI di Bing con il nome “AI Overviews” e il test di Gemini in Google Ads sono segnali di un consolidamento che non aspetterà i report di fine trimestre. Terzo: riconsiderare il ruolo dei PDF negli asset a supporto della generazione di lead, spostando il peso dove la visibilità non dipende da un formato che Google sta declassando.
Il punto non è se Google o Bing abbiano ragione. È quanto velocemente chi pianifica riesce a spostare budget e attenzione sui segnali che contano davvero.
Chi pianifica campagne non può più dare per scontati link diretti, PDF indicizzati o formati consolidati: il controllo della SERP è in movimento, e l’unica difesa è smettere di misurare ciò che le piattaforme hanno smesso di premiare. Ogni euro che continua a inseguire segnali morti è un euro che non sta leggendo dove la SERP sta andando.




