La corte ha archiviato le accuse DMCA contro SerpApi, ma Google ha 21 giorni per modificare la denuncia

Il 25.000% non è un refuso: è l’aumento delle richieste di ricerca artificiali al giorno che Google attribuisce a SerpApi nell’arco di due anni — fino a centinaia di milioni di query automatizzate quotidiane, come emerge dai documenti processuali depositati nel caso Google v. SerpApi. A gennaio 2025, quando SearchGuard ha bloccato quel flusso, chi usa dati SERP — le pagine dei risultati di ricerca — per campagne e analisi ha capito che una fonte poteva sparire da un momento all’altro. E lo scorso 20 luglio la corte ha aggiunto un’altra incognita, accogliendo la mozione di SerpApi di archiviare le accuse DMCA, il Digital Millennium Copyright Act, di Google — con possibilità di emendare.

Un 25.000% che non può essere ignorato

SearchGuard, la misura tecnologica anti-bot che Google ha lanciato a gennaio 2025 per impedire a terzi non autorizzati di accedere automaticamente ai risultati di ricerca, ha effettivamente bloccato SerpApi dall’accesso ai risultati di ricerca di Google. La risposta di SerpApi, come descritto negli atti processuali, è stata quella di mascherare centinaia di milioni di query automatizzate quotidiane per farle sembrare generate da utenti umani, ricorrendo a tecniche come la creazione di browser falsi e la condivisione di autorizzazioni. L’azienda non è un attore marginale: fondata nel 2017 da Julien Khaleghy, SerpApi è nata proprio per rendere meno intensivo il processo di scraping delle immagini da Google. Se un tool di scraping viene bloccato, la domanda non è più tecnica ma legale: Google può davvero chiudere l’accesso ai risultati di ricerca pubblici invocando il copyright?

Il copyright non copre i risultati di ricerca (per ora)

La risposta è arrivata lo scorso 20 luglio, quando la corte distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto Settentrionale della California ha accolto la mozione di SerpApi di archiviare la causa intentata da Google. Il giudice Yvonne Gonzalez Rogers ha respinto i tentativi di Google di estendere il DMCA per esercitare controllo sull’accesso alle pagine pubbliche.

Il ragionamento al centro della decisione, messo in fila dall’analisi pubblicata a fine luglio, è netto: il DMCA non si applica quando l’opera controllata da una misura tecnologica non è protetta dal Copyright Act. Tradotto: se SearchGuard controlla l’accesso a risultati di ricerca di Google che non contengono alcun contenuto protetto da copyright, le rivendicazioni di Google ai sensi del 17 U.S.C. § 1201(a)(1)(A) e del 17 U.S.C. § 1201(a)(2) sono soggette a rigetto come questione di diritto. In sostanza, la misura tecnica di Google esiste e può bloccare lo scraping, ma il DMCA non è lo strumento per farla valere quando i risultati sottostanti non sono opere protette.

Ma la partita non è chiusa. Il giudice ha concesso a Google 21 giorni per modificare la denuncia e dimostrare di agire per conto dei titolari del copyright. Se Google riuscirà a riqualificare la propria posizione processuale, il quadro potrebbe cambiare. Resta aperta una finestra concreta, non una formalità. Ed è esattamente questo che chi pianifica campagne deve monitorare: il confine legale non è stabile.

Se il tuo stack dipende dallo scraping, sei su un asset revocabile

Non serve aspettare l’emendamento di Google per agire. Il segnale operativo è già chiaro: una fonte di dati SERP ottenuti via scraping è un asset revocabile, esposto a nuovi ricorsi e a blocchi tecnici come quello già sperimentato a gennaio 2025 con SearchGuard. La causa non è completamente conclusa, e la possibilità di emendare concessa a Google rende il rischio di una nuova procedura concreto, non teorico.

Quanto del tuo budget per dati e insight è vincolato a un canale che la piattaforma può spegnere? Per chi pianifica campagne di paid media, dipendere da dati SERP non autorizzati significa accettare un rischio di interruzione non contrattualizzato: nessun service level agreement, nessuna garanzia di continuità, nessun ricorso commerciale quando il flusso si interrompe. La sentenza non legalizza lo scraping, lo lascia in un limbo. Il passo successivo non è legale ma di pianificazione: diversificare le fonti dati e spostare parte del budget verso API autorizzate e contrattualizzate, prima che un emendamento riapra la partita e colga impreparati.