Il caso documentato a novembre 2024 mostra che il fenomeno si ripete da tempo, con pagine parcheggiate all’origine del problema
Tre giorni fa, l’11 agosto 2026, un professionista SEO ha documentato su Bluesky un’anomalia che contraddice ogni aspettativa: per il blog di un nuovo cliente, Google ha selezionato come canonical un sito spam che il cliente non possiede. Il blog non è ancora indicizzato. La scoperta è arrivata ispezionando il sito in Google Search Console.
Di fronte a un caso del genere, la prima reazione è il sospetto: come può lo strumento di ispezione mostrare un canonical scelto da Google per un URL che non controlli? E perché un dominio esterno e spammy dovrebbe diventare il punto di riferimento per un sito appena creato?
Il canonico che non ti aspetti
Il caso non lascia spazio a facili rassicurazioni. L’utente scrive di non aver mai visto Google selezionare un sito spam come canonical in questo modo. Il dettaglio che rende la segnalazione interessante è la condizione del blog, ancora fuori dall’indice: non si tratta di un sito storico con pagine ambigue, ma di un progetto nuovo che non ha ancora guadagnato alcuna posizione stabile.
Qui il paradosso è duplice. Da un lato, la canonicalizzazione dovrebbe servire a consolidare i segnali duplicati verso la versione più autorevole di una pagina; dall’altro, il risultato osservato suggerisce che il processo può puntare a un dominio che il proprietario del sito non controlla e che, per descrizione, non ha alcuna relazione con il contenuto originale. La fiducia nello strumento — e nel processo che interpreta — è la vera variabile in discussione, prima ancora della singola URL.
Lo strumento che vede troppo
La risposta a quella domanda arriva dai dati storici dello strumento, non dalle best practice. Già nel marzo 2019, Google aveva modificato lo strumento URL Inspection di Google in modo che mostrasse il canonical selezionato da Google per qualsiasi URL, anche quando quell’URL non appartiene alle proprietà gestite in Search Console. In altre parole, quella che oggi può sembrare una anomalia è, da oltre sette anni, una funzione voluta: mostrare il canonico anche quando è esterno alla proprietà.
Il sintomo, del resto, si era già manifestato. A novembre 2024, un SEO segnalò un fenomeno quasi identico: lo strumento di ispezione URL di Google selezionava un dominio diverso e spammy come canonical. La vicenda, ricostruita da Barry Schwartz su Search Engine Roundtable, mostra che il caso dell’agosto 2026 non è un incidente isolato, ma la ripetizione di un meccanismo noto alla community da tempo.
La possibile causa tecnica è più prosaica di quanto sembri. John Mueller, Search Advocate di Google, ha indicato che a volte i domini hanno usato la stessa pagina interstitial o parcheggiata, e questo può facilmente portare a un canonical esterno e a un dominio non indicizzato. Lo ha scritto in una risposta su Bluesky dedicata al caso. Il punto non è il contenuto del blog del cliente, ma una sovrapposizione di pagine parcheggiate o interstitial che confonde il segnale di canonicalizzazione.
Se il meccanismo è noto da anni e il sintomo si ripete, la domanda non è più «perché succede», ma «quando intervenire e con quale aspettativa».
Aspettare o agire?
Dopo aver ricostruito il meccanismo, il consiglio ufficiale è di non precipitarsi. Mueller raccomanda di ricontrollare dopo alcune settimane per vedere come la situazione si stabilizza, prima di intervenire nella community di supporto con tutti i dettagli. È un consiglio prudente, coerente con l’idea che i segnali di Google richiedano tempo per consolidarsi. Resta da capire se la stabilizzazione arriverà davvero o se il cliente dovrà convivere con una diagnosi scomoda.
Il dato più scomodo non è il canonico spam, ma l’incertezza: aspettare può essere la mossa giusta, ma nessuno può garantire che il sito del tuo cliente ne esca indenne. Quando lo strumento mostra un problema reale e la spiegazione resta un meccanismo opaco, la decisione operativa smette di essere tecnica: diventa una scommessa sul tempo.




